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Loro 2

Regia di Paolo Sorrentino vedi scheda film

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M Valdemar

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La recensione su Loro 2

di M Valdemar
5 stelle

 

 

locandina

Loro 2 (2018): locandina

 



In quello che è il sanguinante cuore di tenebra di Loro (2), Lui, e Noi, Veronica erutta veraci verità (tutte quelle che avversari politici, media, osservatori, elettori non hanno mai osato ammettere e usare, salvo rarissime eccezioni) come lava incandescente sulla faccia plastificata di Silvio. Dialogo penetrante, sconquassante, un muro-contro-muro terminale che scioglie maschere e sconsacra supposte autoaffermazioni identitarie («sono il più bravo»), nel quale l'inevitabile opposizione del più volte Primo Ministro è un ruscelletto che getta sempre la solita visione distorta e distorcente delle cose. Sequenza potente, illuminata a confessione funebre, seguita e servita dalla mdp come fosse un ring, o un palcoscenico di terz'ordine, o il sipario alzato su una soap opera giunta, inaspettatamente, all'ultimo, mortifero, miserevole, atto.
Ma, soprattutto, svela la chiave di (post)lettura dell'operazione sorrentiniana: «Sei una lunghissima, ininterrotta messinscena», accusa e rivela la moglie tradita (anzitutto, da sé stessa).
Ecco, l'autore napoletano, servendosi del fido Servillo, erige sul corpo di Berlusconi – imbalsamato, di cera, mummificato (nell'immaginario collettivo, nella storia scritta e in divenire) – una persistente, languida “messinscena della messinscena”.
Si spiega così l'incipit del capitolo secondo, nel quale un doppio Servillo (sempre attore che doppia sé stesso mentre fa un altro), nei panni anche di un socio-seguace identico all'originale anche se (un po') diverso nell'aspetto, alimenta e rivitalizza l'ego smisurato di Lui, ricordandone la natura di venditore/uomo più solo al mondo.
Che abbisogna in seguito, soltanto, di convincere a comprare casa una signora pescata a caso dall'elenco telefonico per tornare a convincersi: «Io conosco il copione della vita» suona come un'ammissione di colpa, un riverbero metatestuale dello script che si autogenera e autogiustifica.
Esiste, d'altro canto, altro modo per raccontare l'enorme, gommosa massa berlusconiana, contenitore gelatinoso che contiene venticinque anni (e più, se consideriamo l'antecedente status di imprenditore illuminato) di storia italiana? Peccato, però, che l'interessante impianto teorico confluisca malamente nella più scontata – nonché comoda – delle direzioni.
«Sono tornato!», certifica infatti la – nota, agli atti – sarabanda di acchiappo e conquiste (senza curarsi granché di questioni morali e legali) in ogni campo: dalle mignotte alle mignotte. Donnine-veline e omini-politichini (l'acquisto di senatori una genialata criminosa senza eguali).
Dunque, tutto noto, già visto, prevedibile e previsto, letto, divorato dalla immarcescibile, implacabile realtà/quotidianità/attualità – semmai è più che altro curioso il cortocircuito temporale che ha visto, a distanza di due giorni dall'uscita di Loro 2, la riabilitazione giudiziaria –; cosa emerge dell'uomo-Silvio – e sì, del Silvio che è in tutti noi – che già non si conoscesse/temesse?
I festini, le orge, il puttanaio cinetelevisivo (non attrici piazzate in ruoli di primo piano) e quello istituzionale, la corte di nani e ballerine e musici, personaggi e personaggetti (ma che fastidio l'ipercaratterizzazione di Dario Cantarelli maggiordomo/consigliere/bodyguard!), rivoli aneddotici e propaggini sentenziose.
Irrilevante l'episodio con Mike Bongiorno, risaputa e ripetuta la fronda-Scamarcio (come dire, che c'azzeccava, ormai?), simpatico e null'altro il finto film Congo Diana, un randomico pezzo di bravura (come altri, eh: le virtù registiche, di composizione della scena da parte di Paolo Sorrentino sono iconosciute) la sequenza scuoti-sound, luci, inquadrature, immagini di repertorio che evoca il terremoto de L'Aquila (ripreso poi male), un sovra-sorrentinismo il finale in cui archi struggenti accompagnano il recupero di una statua da una chiesa distrutta, eloquente e intelligentemente scritto il dialogo con la giovanissima ragazza che accusa Lui e sé stessa di “pateticità”: sono (alcuni dei) singoli episodi di quello che è un discorso frammentario, disorganico, diluito e/o precipitoso, un enfatizzato – ma come scolpito nel vecchiume-pattume televisivo degli anni ottanta – carosello filmico vieppiù anonimo e perplimente.
Condizione nata – e che mai ha abbandonato la visione, anzi – dalla tanto discussa suddivisione in due capitoli: ora lo sappiamo, l'abbiamo visto (li abbiamo visti). Il primo era un film interruptus, senza alcuna reale motivazione artistica; nel complesso un'opera interrotta di cui lo stesso autore sembra essersi progressivamente disamorato.


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