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I nuovi mostri

Regia di Mario Monicelli, Ettore Scola, Dino Risi vedi scheda film

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La recensione su I nuovi mostri

di LorCio
7 stelle

Viva l’Italia, intitolarono l’edizione americana, e mai titolo fu più azzeccato nella sua sarcastica verità. Tradizionalmente considerato il funerale della commedia all’italiana, nacque per ragioni economiche (si doveva aiutare Ugo Guerra, collega gravemente malato, con un film di cassetta interpretato da quattro capocannonieri del box office) e nel corso degli anni ha raccolto una certa schiera di proseliti non tanto per il complesso dell’opera quanto per singoli raccontini. Approssimativamente è il seguito del film di Dino Risi del 1963 con Vittorio Gassman ed Ugo Tognazzi: si ripete la formula degli attori impegnati in più episodi, quasi con l’ambizione di creare una sorta di enciclopedia dell’assurdità italiana. I tempi sono cambiati, e ai mostri del boom economico (già sfacciatamente italiani medi) succedono i mostri degli anni di piombo che rifiutano il clima di tensione che imperversa nel Paese, quasi con la pretesa di voler continuare a vivere in quelle commedie all’italiana che non sono più in grado di raccontare quel che realmente accade all’interno della nazione. I nuovi mostri va letto come gli ultimi mostri possibili, i mostri prima del naufragio, non tanto cattivi come quelli del primo capitolo ma ancor di più pervasi di cattivo gusto e cinismo.

 

 

Composto originariamente da quattordici episodi, vanta parecchie versioni. Una gerarchia tra i segmenti si può fare tranquillamente: deboli i due con una spietata Muti (Autostop con Pagni e Senza parole con Voyagis); a mo’ di apologo quello sulla mafia Con i saluti degli amici; anticlericale il Tantum ergo con il sornione cardinal Gassman; mordace L’uccellino della Val Padana che puzza di balera romagnola, con Tognazzi impresario di Orietta Berti. I migliori sono Hostaria, con i cuochi Tognazzi e Gassman che se le danno di santa ragione; il cattivissimo Come una regina; e lo strepitoso First Aid. Merito, per questi ultimi due, di un Alberto Sordi in stato di grazia come raramente gli capitò negli anni settanta, che ritrova il gusto della macchietta patetica (il memorabile Giovan Maria Catalan Belmonte) e del cinismo spontaneo (l’arrogante ed ipocrita figlio dell’anziana donna che vorrebbe rinchiudere nell’ospizio). L’episodio finale, sempre con Sordi, è una comica finale che ben si addice al clima crepuscolare dell’opera. Fu nominato all’Oscar, chissà come e chissà perché, e fu il canto del cigno di un genere: tre anni dopo, La terrazza di Ettore Scola darà il colpo mortale.

 

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