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Green Book

Regia di Peter Farrelly vedi scheda film

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La recensione su Green Book

di michemar
8 stelle

Una bella storia raccontata come una bella favola da un regista che fino ad oggi aveva seguito ben altro genere, Peter Farrelly, che invece in questa occasione (la maturità?) non manca di precisione e di doti per realizzare un ottimo film, che emoziona il giusto.

Si fa presto a dire “road-movie”, si fa presto a definirlo “l’ennesimo viaggio verso sud”. Si fa presto a catalogarlo come una storia di amicizia. In realtà è tutto questo e anche di più: è una storia vera sull’abbattimento, almeno a livello personale fra due soggetti, dei tanti preconcetti razziali proprio durante gli anni in cui i due fratelli Kennedy, l’uno Presidente e l’altro Procuratore Generale, cercavano di cambiare l’America razzista. E non basta: è il lento racconto di due mesi in cui da un rapporto di collaborazione tra un artista finissimo e talentuoso e il suo autista personale nasce un legame mascolino sì, ma altrettanto sincero e forte, di affetto che senza tanti giri di parole li fa prima scontrare poi conoscersi ed infine stimarsi profondamente. Ma soprattutto è l’incontro tra un artista di jazz e un tuttofare, con la enorme particolarità che il pianista è nero e l’altro un bianco di origini italiane.

 

Viggo Mortensen, Mahershala Ali

Green Book (2018): Viggo Mortensen, Mahershala Ali

 

Il protagonista principale è Frank Anthony Vallelonga per tutti Tony Lip, un buttafuori newyorkese nel giro degli italo-americani che venivano dalla Calabria. Tony è un bravo padre di famiglia ma dalle maniere spicce così come è consuetudine nel giro delle sue conoscenze e dei numerosi parenti. Mangia come un bue, vince per scommessa (i soldi servono sempre in periodi di lavoro precario) le gare di abbuffamento di hotdogs e cheeseburgers. Ben piazzato fisicamente (e vorrei vedere, con quella alimentazione!) si adatta a qualsiasi impiego, anche perché è dotato di un buon pugno verso i molestatori dei locali dove trova lavoro. Si presta, non senza qualche perplessità, a fare da autista ad un pianista talentuoso che deve compiere una lunga tournée di due mesi attraverso l’America seguendo un percorso che va da New York verso gli stati meridionali: anzi, fino alla Vigilia di Natale viaggeranno negli stati del profondo sud dove la discriminazione razziale è più forte storicamente, dove entrare nel locali per soli bianchi è vietato, dove l’artista può entrare solo per suonare ma non per cenare, dove i tipi come Don Shirley possono cambiarsi solo nei ripostigli ma mai sedersi ai tavoli riservati alle persone di pura razza bianca.

 

Mahershala Ali

Green Book (2018): Mahershala Ali

 

Il pianista Don Shirley è una persona colta e raffinata, alto e asciutto, cresciuto subendo vessazioni e pregiudizi e da tutto ciò fortificato nella mente, preparato a saper sopportare le avversità causate dal colore della sua pelle e dalla segregazione che marcava quegli anni ’60. Suona in maniera portentosa il jazz anche se da bambino si era appassionato alla musica classica di Fryderyk Chopin e Franz Liszt. Ha bisogno di una spalla sicura e pronta a fargli da autista ma anche da tuttofare, specialmente di un tipo come Tony, che “si occupi dell’itinerario e sia un assistente personale”, e vuole assolutamente lui perché gli hanno detto che è “l’uomo giusto, che ha l’abilità innata per occuparsi dei problemi”. Sì, Tony è proprio quello che bonariamente o no sa come risolvere le situazioni difficili: ha buon senso e sa usare anche le maniere forti.

 

Viggo Mortensen

Green Book (2018): Viggo Mortensen

 

La vera amicizia è come l’amore vero. Quando c’è un forte legame di amicizia l’uno comprende e aiuta l’altro, con ogni mezzo e in ogni occasione. Questa è la vera amicizia. Tony e Don, autista e artista, bianco e nero, ignorante e colto, impulsivo e riflessivo, manesco e raffinato, iniziano con battibecchi, continuano con discussioni sul comportamento, si smussano con le prime confidenze, finiscono con comprendersi l’un l’altro, proteggendosi a vicenda dai problemi materiali e psicologici. Tony comprende la solitudine di Don, la sensibilità (così lontana dalla sua), la sofferenza intima, le necessità, il bisogno di compagnia, la rabbia e l’impotenza nel subire l’odio e la derisione dei bianchi e quindi mosso dalle circostanze lo aiuta, lo sostiene, lo difende, gli si affeziona. Senza quasi rendersene conto, Don Sherley contraccambia intuendo i bisogni di Tony Lip dandogli consigli, aiutandolo nello scrivere lettere d’amore alla moglie che ha dovuto momentaneamente lasciare a casa, mostrandogli generosità anche finanziaria, confidandosi con lui come con nessun’altro nella vita, chiedendogli del suo passato e delle sue speranze, diventando amico e confidente a tutto campo. E affezionandosi anch’egli. Ecco l’amicizia vera che nasce tra due anime lontane e di colore diverso, di estrazioni differenti come due universi distanti, come due componenti chimici non combinabili che invece si incontrano sul piano mentale arrivando a guardarsi negli occhi come due fratelli.

 

Viggo Mortensen, Mahershala Ali

Green Book (2018): Viggo Mortensen, Mahershala Ali

 

Miracolo del buonismo della regia e dello sceneggiatore? Niente affatto: una storia vera, realmente accaduta, tratta dalle memorie del figlio di Tony, Nick Vallelonga, che poi è diventato attore, regista e produttore nel cinema americano e che ha rilasciato in interviste parlando delle avventure del padre assieme al musicista. Una bella storia raccontata come una bella favola da un regista che fino ad oggi aveva seguito ben altro genere, Peter Farrelly, soprattutto con il fratello Bobby, duo capace di commedie spiazzanti e scatenate (Tutti pazzi per Mary, Scemo & più scemo) che invece in questa occasione (la maturità?) non manca di precisione e di doti per realizzare un ottimo film, che emoziona il giusto, disegna con perizia i due personaggi principali, l’ambiente in cui vivono, la brutta aria che tirava in quegli anni per le persone di colore. Una buona mano, sostenuta dall’ottima sceneggiatura (sempre con lo zampino di Nick Vallelonga) e una fotografia discreta e non invadente, non quella che tanti amano carica di colori pastello per farci ricordare i mitici Sixties, ma soprattutto da una colonna sonora che dà un ritmo esaltante e che accompagna buona parte del film: la black music che spazia dal R&B, al Funky, al Jazz riempie i viaggi dei due personaggi e i ricordi di chi come me ha vissuto quegli anni e quella musica trascinante.

 

 William Forsythe, Tony Lip, Nick Vallelonga and Tom Berenger on the set of "Stiletto"

(William Forsythe, Tony Lip, Nick Vallelonga & Tom Berenger)

 

Ma il miracolo vero chi lo compie nella riuscita di questo bel film?

Sono in due: Viggo Mortensen e Mahershala Ali! Il Viggo di questa stazza mi ha subito ricordato il Toro Scatenato di De Niro: stesse movenze, stessa corporatura, stesso naso allargato, identiche gesticolazioni da italiano in America. Uguale! E soprattutto spontaneo, genuino, diabolicamente in palla, come avesse atteso una vita per questo ruolo. Mahershala è statuario, imperturbabile, perfettamente a suo agio con un personaggio di questo tipo, figlio prediletto di Mamma Africa in trasferta. Ma ciò che mi ha sbalordito è come muove le mani sul pianoforte: non so sinceramente se fosse (come penso) doppiato, perché la sincronia tra le dite e le note è (in un'unica parola) perfetta e quindi se non suona lui (sarebbe impossibile suonare così bene) Ali è stato straordinario perlomeno nel sincronizzarsi e imparare almeno la tecnica.

Mahershala Ali è stato quello che nel frattempo (per gli Oscar manca ancora qualche settimana) ha raccolto i premi tra questi due attori ma non nascondo che chi mi ha colpito di più è stato invece Viggo Mortensen, davvero sorprendente. Bravo bravissimo. Senza nulla togliere a quel nero che finalmente sta raccogliendo i frutti di tanta gavetta, Mahershala Ali.

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