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Chinatown

Regia di Roman Polanski vedi scheda film

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La recensione su Chinatown

di steno79
10 stelle

VOTO 10/10 Col passare degli anni, Chinatown si è imposto come il capolavoro di Polanski. E' un "neo-noir" di forte suggestione che rivisita gli archetipi del cinema nero anni Quaranta senza cedere ad uno sterile esercizio di stile in chiave "rétro". La novità principale rispetto ai vecchi film noir è l'utilizzo della fotografia a colori, mentre il legame più forte con quel tipo di cinema è la presenza di John Huston (superbo nel ruolo del corrotto capitalista Noah Cross), che fu il regista di The maltese falcon nel 1941, uno dei più illustri prototipi del genere. La sceneggiatura di Robert Towne, premiata con l'Oscar, è considerata da molti critici una delle migliori del cinema anni Settanta: indubbiamente complicata nello sviluppo narrativo (forse per omaggiare quella, ancor più inestricabile, de "Il grande sonno" di Howard Hawks) ma ricca di notazioni caustiche su una società americana di fine anni '30 corrotta fino al midollo, dove la violenza è penetrata perfino nell'istituzione familiare, con risvolti tragici perfettamente adeguati che danno luogo, soprattutto nel finale, a sequenze di grande forza espressiva. La colonna sonora di Jerry Goldsmith gioca abilmente sull'effetto-nostalgia, ma gran parte del merito dell'eccezionale riuscita del film va alla coppia di attori, un Nicholson che riesce a conferire un inedito spessore psicologico al personaggio dell'investigatore privato J.J. Gittes senza rinunciare al suo nascente carisma divistico, e una Dunaway perfetta nel ruolo della donna fatale che nasconde inquietanti scheletri nell'armadio, con tutta una serie di rimandi a dive del passato fra cui il più diretto è forse quello alla Dietrich, ma comunque molto efficace, particolarmente sul registro drammatico. Roman Polanski è riuscito a coordinare brillantemente i vari apporti tecnici, ma se il film tocca le vette della genialità, è grazie soprattutto all'incisività della sua regia, perfetta nella gestione del ritmo, nella scelta delle inquadrature e nel montaggio e attraversata da una costante inquietudine (come nel precedente Rosemary's baby), probabilmente ancor più accentuata dalle tristi vicende personali legate all'uccisione di Sharon Tate. 

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