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The Irishman

Regia di Martin Scorsese vedi scheda film

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La recensione su The Irishman

di mck
9 stelle

Glimmer of Blood.

 

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Film quintuplicamente - utilizzando un'espressione abusata e destituita di senso, ma non in questo caso per il quale risulta perfetta - tanto terminale & testamentario quanto testimoniale & testificante [Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci (magistrale, impressionante, immenso) ed Harvey Keitel, mentre Bobby Cannavale, Stephen Graham e Jack Huston da “BoardWalk Empire” con Anna Paquin ("the Piano", "25th Hour", "Buffalo Soldiers", "Margaret", "True Blood", "Alias Grace", "the Affair"; suo è il fantasmatico precipitato morale del film rappresentato dalla tortura del silenzio e della distanza messa in atto con un irriducibile giudicare muto e lontano), Jesse Plemons ("Breaking Bad", "Olive Kitteridge", "Black Mirror: USS Callister", "Fargo - 2", "El Camino"), Ray Romano, Domenick Lombardozzi, Aleksa PalladinoMarin Ireland (anche lei: poche scene e battute, e un confronto in campo/controcampo col padre da tragedia greco-celtica), Steven "Silvio" Van Zandt, Barry Primus e Dascha Polanko (OItNB) completano lo sterminato, eccezionale cast] scritto (adattato/traslato) da Steven Zaillian [autore tanto pericolante dietro alla Macchina da Presa (da una parte “Searching for Bobby Fischer”, “A Civil Action” e “All the King's Men”, e dall'altra l'ottima collaborazione con Richard Price per “the Night Of”, in “attesa” dell'ennesimo adattamento del Ripley di Highsmith) quanto sopra alla Macchina da Scrivere (i copioni-ripieni stile “Awakenings”, e quelli - limitandoci alle sceneggiature che invece i giusti registi sono riusciti, più o meno, ad asciugare “eastwoodianamente” - come “Schindler's List”, “American Gangster” e “the Girl with the Dragon Tattoo”, ben più riusciti): eterodiretto rende il meglio], già al lavoro col regista nato nel Queens e cresciuto a Little Italy per “Gangs of New York” (uno script condiviso con altri), basandosi sulla non-fiction narrativa «I Heard You Paint Houses: Frank “the Irishman” Sheeran and Closing the Case on Jimmy Hoffa» di Charles Brandt, fotografato da Rodrigo Prieto (A.G.Iñárritu, S.Lee, C.Hanson, O.Stone, A.Lee, P.Almodóvar, C.Crowe, B.Affleck e al lavoro con Scorsese per “the Wolf of Wall Street” e “Silence”), montato [e più che sulla Tecnica (“Raging Bull”, “GoodFellas”, “the Age of Innocence”, “Casinò”, “Bringing Out the Dead”, “the Departed”) qui si lavora sulla Storia, incastrando i piani temporali, con ricordi dentro altri ricordi inseriti all'interno di ulteriori ricordi che s'innestano, accavallano ed intersecano a vicenda: ed è proprio questa qualità positiva a far sì che a volte questo film troppo lungo per essere un film e troppo breve per essere una (mini)serie ("the Sopranos", "BoardWalk Empire", "DeadWood", "Luck", "YellowStone") e che scorre lungo 1/3 di secolo si ritrova ad essere coagulato attorno a momenti ed occasioni normali artificialmente “condizionati” per essere peculiari, ad esempio quando in prigione De Niro e Pesci si ritrovano, oramai molto anziani e acciaccati dal tempo, a spartirsi come una volta una pagnotta con l'uvetta da pucciare nel vino rosso (aka: una proustiana madeleine da immergere nell'infuso di tiglio) ricordando, di punto in bianco, come sarà certamente accaduto, ma è proprio il fatto che la sceneggiatura e la regìa abbiano scelto di pescare esattamente quell'attimo senza alcuna ragione/mortivazione a far stonare un poco la messa in scena, Jimmy Hoffa] da Thelma Schoonmaker (che Dio ce la preservi, Mrs. Powell), scenografato da Bob Shaw (“the Sopranos”) e con le musiche originali scritte da Robbie Robertson (con Van Morrison sui titoli di coda) e quelle preesistenti supervisionate (una Lista infinita: Glenn Miller, Fats Domino, Santo & Johnny...) da Randall Poster (“BoardWalk Empire”). Produce e distribuisce Netflix.

 


“And my arthritis that started in the foxholes of Anzio was eatin' away at my lower back now, and I couldn't feel much in my feet no more.”

A secolo & millennio morente, l'artrite ch'era iniziata a manifestarsi grazie all'attraversamento delle trincee e dei crateri nel fango delle Paludi Pontine alimentato dal continuo maltempo durante lo Sbarco di Anzio/Nettuno aiuta, di fronte al Corpo del 75enne Robert De Niro che interpreta un irlandese 40/50enne che punta dritto al Sogno Americano & Destino Manifesto destreggiandosi fra l'androceo mafioso (la famigghia) contrapposto al gineceo di moglie e figlie (la famiglia) e surfando sulla cresta dell'onda nera [“Quando non li derubo lavoro duro per loro” è il suo biglietto da visita, mentre la tag-line che porterà il suo secondo padrone e amico Jimmy Hoffa (già portato sul grande schermo da Nicholson-Mamet-DeVito, e qui restituito da un Al Pacino sopra, dentro e attorno alle righe in tutta la sua cristallina ambiguità) alla disapparenza è “Chi si crede di essere, Castro?”], ad innescare la Sospensione dell'Incredulità proprio là dove ad oggi la CGI per fortuna ancora non riesce ad arrivare [più che altro sono gli occhi e lo sguardo (muscoli orbicolari e zigomatici) a funzionare meno] fermandosi per forza di cose allo stato dell'arte sino a raggiungere un obbligato e/ma giusto compromesso.

Lo stesso long-take in steady-cam andata e ritorno con un identico movimento di macchina ritorna alla fine: non un omicidio (ma cos'è, la vita, se non il compiersi della morte?), ma un lento spegnersi nel tiepido ibernacolo di riposo (in attesa di accomodarsi nella bara laccata verde) lasciato gentilmente socchiuso (“the GodFather: Part III” senza luce del Sole).

* * * * ¼     

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