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Roma

Regia di Alfonso Cuarón vedi scheda film

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La recensione su Roma

di Peppe Comune
9 stelle

Quartiere Roma di Città del Messico. Anni settanta.

Cleo (Yalitza Aparicio) lavora come domestica presso una famiglia appartenente all’alta borghesia cittadina. Svolge con lodevole dedizione i suoi compiti, preoccupandosi soprattutto di aiutare la signora Sonia (Marina de Tavira) a crescere i quattro figli vista la perdurante assenza per motivi professionali del signor Antonio (Fernando Grediaga). Le libere uscite sono sempre in compagnia di Adela (Nancy Garcìa), l’altra domestica della casa che come lei è di discendenza mixteca. In una di queste conosce Fermìn (Jorge Antonio Guerrero), un fanatico delle arti marziali che passa tutto il suo tempo ad allenarsi seguendo gli insegnamenti di un certo professor Zovek (Latin Lover). Dalla relazione con Firmìn Cleo rimane incinta, ma l’uomo fugge e non vuole saperne di questo figlio che dovrà nascere. Così Cleo sarà costretta a fare tutta da sola, con il timore che la sua gravidanza possa distrarla dalle incombenze domestiche e dalle cure per gli amati figli dei padroni.

 

Yalitza Aparicio

Roma (2018): Yalitza Aparicio

 

“Roma”di Alfonso Cuaròn inizia con l’inquadratura di un pavimento (molto anni settanta) che fa da sfondo al trascorrere dei titoli di testa. La macchina da presa è fissa e ad un certo punto viene come inondata da un getto d’acqua versato da qualcuno che fuori campo sta evidentemente lavando qualcosa. Per mezzo di un gioco di luci e ombre, sulle piastrelle appena bagnate si forma una specie di quadrilatero luminescente che spicca in tutta evidenza in mezzo al resto del pavimento rimasto all’ombra. La macchina da presa è sempre fissa e dirige lo sguardo dello spettatore verso un aereo che vola lontano che attraversa come un rasoio quel rettangolo luminoso che si è formato sul pavimento. Ecco, così si apre “Roma”, con questa sorta di finestra aperta sul mondo. E così finisce, con la macchina da presa sempre ad aspettare che un aereo che vola lontano esca fuori dal campo visivo. Durante il film, la stessa cosa succede almeno altre tre volte (e posso sbagliarmi per difetto) e quella che all’inizio mi è sembrato solo una prodigiosa composizione dell’immagine, dopo si è trasformata nell’idea che intenzione di Alfonso Cuaròn è stata quella di immedesimare l’occhio meccanico della macchina da presa con l’anima più autenticamente popolare del quartiere, con l’occhio della gente semplice portata a concepire un aereo che vola lontano accompagnato dalla sua scia fumante come un oggetto misterioso, quasi magico, capace di far evadere la vita dalla durezza del giorno per giorno.

“Roma” è un film dove la regia ha un peso specifico evidente perché la si nota sempre e ovunque, senza mai trasformarsi in sterile esercizio di stile e in ogni momento al servizio di una storia dai precisi connotati epici (e autobiografici). In questo senso, va sottolineato come Alfonso Cuaròn (che è presente in ogni aspetto del film, dalla fase di scrittura alla cura della fotografia) riesce a dare armonia narrativa ad una storia che ha tutto per potersene andare altrove, voler respirare a pieni polmoni, tendere oltre il recinto scenografico cui è stata bellamente rinchiusa.  Il rapporto sbilanciato tra ricchi e poveri, la condizione di perdurante subalternità degli indigeni, la placida e incorruttibile vacuità della classe benestante, i fatti tragici che spesso sconvolgono la vita della capitale, i vagiti "rivoluzionari" degli studenti in piazza che chiedono al governo riforme democratiche, la repressione violenta dei gruppi paramilitari. Ognuno di questi aspetti ha un suo ruolo nel film ed ognuno è come se reclamasse uno spazio più adeguato. Ma Cuaròn rende ad ognuno giustizia facendoli essere pezzi di un affresco storico dove ogni parte conserva una sua calcolata indispensabilità. L’epica del racconto avvolge e coinvolge la vita del quartiere Roma, e la regia gli conferisce un rigore compositivo che emerge da ogni singola inquadratura. La sensazione è quella di trovarci al cospetto di una messinscena (si stenta a credere che il quartiere sia stato del tutto ricreato)  dove ogni cosa è calcolata con geometrica precisione : i movimenti di macchina che donano ampiezza visiva allo sguardo come l’arredo urbano che ne circoscrive i limiti vettoriali ; i campi fissi che inchiodano gli occhi ai più minuti particolari come la vita che vi è ritratta che somiglia ad un’epifania che compare con il suo carico di ricordi e fantasticherie. Generale e particolare, universale e quotidiano, straordinario e ordinario, tutto convive placidamente in questo mondo microscopico, avvolte in una luce biancastra che è identica a quella che vive nei ricordi di chi fa della memoria un inestinguibile punto di riferimento : la luce del tempo che scorre senza mai dimenticarsi di lasciare tracce del suo passaggio. È questa luce del tutto particolare a dare al quartiere Roma le fattezze di un’alcova rassicurante, capace di assorbire ogni dolore e ogni torto, un porto sicuro dove attraccare durante le giornate tempestose.

In questo quartiere si muove l’esile figura di Cleo, tra le libere uscite insieme all’amica e collega Adela e le incombenze lavorative. È lei il motore della storia, l’oggetto di una benevolenza veramente sentita da parte dei suoi “padroni”. Ma ciò che rende interessante il suo personaggio è il fatto che lei incarna l’idea che questa benevolenza non scaturisce dalla natura di relazioni umane poste su paritari rapporti sociali, ma è il frutto di una costante abnegazione al lavoro e del riconoscimento volontario del posto in cui ognuno deve stare. Cleo è consapevole del suo ruolo e lo assolve senza recriminazioni, trasformandosi così nella fonte principale di un’armonia domestica che senza la sua presenza solerte non sarebbe certamente la stessa. Si muove nella casa come una sentinella sempre vigile, colma vuoti affettivi, surroga assenze prolungate e avverte prima di ogni altro la crisi coniugale dei “padroni”. Tutte cose che la portano a dover proteggere i bambini di casa dall’instabilità umorale dei loro genitori. L’amore che prova per i ragazzi è totalmente ricambiato, assolutamente condiviso, ed è questa sincera reciprocità affettiva a non far più distinguere in Cleo il lavoro di domestica dalla vita svolta fuori da esso. Durante il periodo della gravidanza, in lei prevale più il timore di dover togliere tempo da dedicare ai ragazzi che la gioia per il figlio che nascerà. Le cose personali che gli capita di vivere, belle o brutte che siano, gli appaiono come dei fastidiosi intoppi per l’equilibrio della sua semplice esistenza, delle parentesi insignificanti rispetto al lavoro di tutrice delle faccende di casa. Il finale la coglie al culmine della sua soddisfazione esistenziale, dopo che i brutti eventi sono stati ormai assorbiti e la riconoscenza nei suoi confronti ha abbattuto le residue diffidenze di casta. Le manovre d'ingresso dell'auto continueranno ad essere difficoltose nello stretto cortile d'ingresso della casa, il cane vi continuerà a fare i suoi "merdosi" bisogni, il terremoto continuerà a far sentire la sua minacciosa presenza e la banda musicale continuerà a suonare le sue marce durande le ricorrenze comandate. La vita del quartiere Roma rimarrà uguale ancora per molto tempo, meravigliosa nella sua rassicurante normalità. Come le traiettorie disegnate dagli aerei, che ignari sorvolano la vita ordinaria di un quartiere-mondo. Grande film.   

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