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Burning - L'amore brucia

Regia di Chang-dong Lee vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Burning - L'amore brucia

di ilcausticocinefilo
5 stelle

Otto anni. Tanti ne sono trascorsi dall’uscita del precedente film di Lee (Poetry). Tanti, troppi per non dare adito a sospetti di incipiente crisi creativa di un autore che forse si è per questo motivo preso una lunga pausa e non al contrario perché aveva troppe cose da dire e doveva solo trovare il modo migliore per esprimerle.

 

Per quanto riguarda il film, ultra-elo­giato sin dalla sua presentazione al Festival di Cannes, altro non è che un pretenzioso ed estremamente auto-indulgente pastrocchio prodotto in pieno stile arthouse in modo tale che la stragrande maggioranza dei critici possano essere messi nelle condizioni di gridare co­munque al capolavoro, a quanto pare convinti che l’inesplicabilità sia automaticamente indice di qualità.

 

 

Ah-in Yoo

Burning (2018): Ah-in Yoo

 

Ma Burning più che enigmatico, è insulso, più che profondo, banale (come dimostrano il conflitto interno al protagonista [che in pratica vorrebbe solo fare più sesso]; la figura del ricco afflitto da “noia esistenziali­sta” [sorta di Gatsby asiatico] che scruta il mondo in­torno a sé con suprema indifferenza e altezzosità, qua­si come se qualunque altro essere umano non si meri­tasse altro che essere considerato alla stregua di una formica; per non parlare poi dei dialoghi che sconfina­no abbondantemente nel ridicolo [tra reiterati concetti di “Grande fame” e “piccola fame” nel mezzo dei qua­li si perde di vista il fatto, ma del resto si tratta di qual­cosa che fanno la maggior parte degli esistenzialisti, che il senso è una proprietà del linguaggio {ed anche, talvolta, delle umane creazioni artistiche}, una pro­prietà della mente umana che cerca di mettere un ordi­ne al reale, e non certo delle cose del mondo, che al massimo hanno una funzione. Dunque, tra le altre, anche tutte le domande circa il “senso della vita” hanno grammaticalmente senso ma scarsa sostanza effettiva e alcuna risposta, e sprecare la propria bre­ve esistenza facendosene incatenare si rivela non solo un esercizio in futilità ma una grandissima perdi­ta di tempo]).

 

Si tratterebbe di un film “magnetico”, è stato scritto e detto. Più che altro è lentissimo e allibente, nel senso che fin dai primi minuti porta inevitabilmente a chiedersi dove voglia andare a pa­rare, salvo poi scoprire l’arcano: da nessuna parte (e alla seconda scena di masturbazione nel giro di mezz’ora si comincia seriamente a perdere la pazienza).

 

 

Ah-in Yoo

Burning (2018): Ah-in Yoo

 

 

Quando finalmente qualcosa nella narrazione pare muoversi (ovvero, nell’ultima parte) lo fa debolmente e ancora una volta in modo maldestro (col protagonista Jong-su che parte e si lancia in una eccitante tour di tutte le serre abbandonante del circon­dario) sino ad uno scontato climax finale che ancora una volta perde totalmente di vista il rigore narrati­vo (SPOILER: perché diavolo, dopo essersi visto pedinare [perché è impossibile che non l’abbia visto] Ben decide comunque di incontrare Jong-su in un luogo desolato? FINE SPOILER).

 

Naturalmente, va da sé che tutte queste rimostranze nei confronti della “trama” acquisirebbero maggiormente senso nella recensio­ne di un film normale degno di questo nome che abbia uno straccio di narrazione, mentre nel caso di un film come Burning bisogna ammettere che, data l’insulsaggine dell’insieme, possibili buchi assumano quasi la statura di elementi di perversa quanto granitica coerenza.

 

E la possibile soluzione degli eventi, ammesso, ancora una volta, che di “even­ti” si tratti e che una soluzione ci sia, è piuttosto prevedibile (cosa avrebbero detto la maggioranza dei critici se la solita storia OPS, SPOILER: del solito serial kil­ler disturbato fosse stata racconta­ta linearmente? Probabilmente non si sarebbero fatti altrettanto facil­mente abbindolare FINE SPOILER).

 

 

Steven Yeun, Ah-in Yoo

Burning (2018): Steven Yeun, Ah-in Yoo

 

 

Come se tutto ciò non bastasse, il trattamento riservato ai perso­naggi femminili all’interno del film è alquanto ambiguo. Se è vero che ci si preoccupa di sottolineare le difficoltà di es­sere donna in un paese come la Corea del Sud (ma lo stesso discorso vale per molti altri paesi nel mon­do), è anche vero che tali brevi riflessioni paiono inserite in virtù di una forse recondita consapevolezza da parte dell’autore di aver deciso di trattarle lungo tutto il corso del film in modo per l’appunto sibilli­no (Hae-mi, ad esempio, non ha alcuna funzione narrativa che non sia quella di fungere prima da og­getto di soddisfacimento fisico per l’uomo, poi di desiderio, d’insulsa gelosia e alla fine di cronica os­sessione [in pratica, serve solo a sviluppare la psicologia del protagonista]: è decisamente il personag­gio meno approfondito ed anzi viene dipinta, in sostanza, come una scioccherella [si tenta di far versare qualche lacrimuccia ai più sensibili con la “rivelazione” circa il suo reale stato umano, affet­tivo e finan­ziario ma è tutto troppo poco e troppo tardi]; e comunque anche almeno un altro personag­gio femminile lascia molto perplessi: ovvero la madre che non vede il figlio da 16 anni e ciononostante lo ignora quasi del tutto, passando il tempo a sogghignare allo schermo del cellulare [ma quanto egoi­ste, egocentriche e vanitose sono queste donne?]).

 

In definitiva, pare corretto affermare che, come trop­po spesso accade, critici e parte del pubblico si siano fatti abbindolare da un vecchio trucco di cui sono pieni zeppi i ma­nuali di storia dell’arte contemporanea. Trucco che consiste sostanzialmente nel pro­durre un qualcosa talmente privo di senso che proprio per via di questa sua completa vacuità e imperscrutabilità riesce stranamente a far sup­porre agli osservatori di possedere una qualche profonda e arcana genialità, supposizione che invece deriva uni­camente dal tentativo raziocinante da parte de­gli stessi di convincer­si di non essere stati pre­si per i fondelli e, ad esempio, di non aver sprecato due ore e mezza della pro­pria esisten­za a vedere il più grande e assoluto nulla.

 

Bra­vi, in ogni caso, gli interpreti (e la Jeon è addi­rittura un’esordiente assoluta) e sicuramente affascinanti un paio di scene (quella della danza sulle note di Miles Davis di una libera e malinconica Hae-mi; e quella, brevissima, della serra in fiamme: questa sì un’immagine magnetica) che però si per­dono irrimediabilmente nel mare diluito di noia (le parentesi inutili sono un’infinità) e scem­piaggini del film nel suo complesso.

 

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