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Un valzer tra gli scaffali

Regia di Thomas Stuber vedi scheda film

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La recensione su Un valzer tra gli scaffali

di alan smithee
8 stelle

CINEMA OLTRECONFINE - FESTIVAL DI BERLINO 2018 - CONCORSO

La purezza dei piccoli gesti mossi dal cuore, quelli intimi e genuini che elevano un essere vivente e respirante qualunque, al rango di individuo sensibile, razionale ma non per questo impossibilitato ad abbandonarsi ai sentimenti che lo muovono e ne forgiano i comportamenti, corrispondono spesso ad atteggiamenti che fanno la differenza nel contesto dell'essere necessariamente costretti vivere entro una comunità per gran parte della propria giornata.

In una realtà lavorativa di un grande mercato all'ingrosso, Christian, un giovane ex muratore con un passato burrascoso durante l'adolescenza, viene assunto in prova come magazziniere e per questo messo a disposizione degli anziani operai addetti al magazzino bevande.

Nonostante la diffidenza iniziale degli anziani, il giovane viene presto incluso tra i "fidati" e apprezzato per il suo lavoro assiduo e costante, additandolo presso tutti come un individuo calmo ed affidabile.  

In particolare bruno, prossimo alla pensione, finisce per prendersi cura del ragazzo con l'amor proprio che si destinerebbe ad un parente prossimo; ma Christian rimane folgorato in particolare da una delle rare figure femminili presenti in azienda, ovvero della borghese Marion, ragazza bionda, angelo fuori luogo in quel luogo banale e senza poesia, sposata con un uomo d'affari, e non si sa per quale reale motivo impiegata in quella realtà operaia che stride col proprio stato sociale acquisito, che probabilmente la mette a disagio e la costringe a ritrovare origini più popolane a lei più consone.   

In the aisles, opera quarta del regista tedesco Thomas Stuber, ci racconta e coordina assieme entro un teatro-specchio di vita quotidiana tutta gesti minimali e azioni ordinarie, l'incontro di una umanità silenziosa e restia ad aprirsi l'una con l'altra, salvo poi riuscire a farlo con la semplice e pura intensità di uno sguardo.

Un film che analizza e studia i dettagli di una ritrosia che diviene un costume dignitoso di vita, specchio di una umanità che preferisce la solitudine alla compagnia di persone che non rappresentano il proprio modello o standing di vita ideale.

Ne scaturisce un film denso, intenso, pieno di intimità e forte di piccoli grandi gesti in cui la solidarietà e il rispetto tra quegli elementi che inesorabilmente ricoprono il ruolo basilare di una stratificazione sociale piramidale che ritrova spesso solo al suo stadio iniziale una affinità quasi eroica e potente e che al contrario perde e sgretola inevitabilmente il suo lato più genuino ed umano man mano che si sposta verso i vertiti dirigenziali, diventano i fattori cardine per elevare ognuno al rango di eroe di tutti i giorni.

Un film poetico (la scena dei nostri due timidi eroi sul muletto elevatore intenti ad ascoltare il mare come da una conchiglia gigantesca, è straordinaria!), che ha qualcosa in comune con la solidarietà dignitosa che traspira dalle ultime opere di Aki Kaurismaki, e fa riflettere su problematiche forti ed impellenti nella società nordica europea come la solitudine, vissuta qui, da chi ne è vittima, con la dignità di chi si illude di poter supplire l'indifferenza della realtà privata in cui vive, con il calore di un affetto disinteressato, senza doppi fini di chi è costretto a condividere ore di lavoro e di vita, ripetendo sempre i medesimi gesti.

Insieme a questo, il film celebra i risvolti di un amore impossibile che viene tuttavia coltivato in modo platonico e poetico, celebrato nella sua purezza più idilliaca ma anche concreta che si possa immaginare.

Splendidi e già noti i due attori protagonisti, quel giovane Franz Rogowski dal labbro leporino visto in Happy End di Haneke e in Victoria di Sebastian Schipper, e la splendida Sandra Huller, vista ed ammirata in Vi presento Toni Erdmann ed in altre occasioni del suo folto curriculum di interprete.  

 

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