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Copia originale

Regia di Marielle Heller vedi scheda film

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La recensione su Copia originale

di supadany
8 stelle

Torino Film Festival 36 – Festa mobile.

Per sfondare e non fare la fine di un fuoco di paglia, non è sufficiente possedere talento. Oltre a una dose di fortuna, è fondamentale saper sfruttare l’occasione, non scendere dal carro della dedizione pensando di essere arrivati e mai sottovalutare la gestione dei rapporti umani. In quest’ultimo campo, è comprensibile non consentire di farsi schiacciare dall’ego altrui, ma è altrettanto doveroso prestare attenzione ai propri comportamenti ed evitare di farsi detestare, perlomeno non per colpa di futili motivi.

Qualora così non fosse e la china assumesse pendenze degne di una discesa libera, meglio attingere alle risorse di emergenza. Chissà, magari se ne potrebbe estrarre un folle piano, in apparenza scriteriato e tuttavia in grado di dare i suoi frutti, almeno evitando di cadere nell’invitante trappola dell’ingordigia. Qualcosa di simile succede in Can you forgive me?, un film pragmatico ed eclettico, che attinge gli spunti da un serbatoio capiente, per di più rintuzzato da argomenti freschi, nonostante si parli di una vicenda ambientata nei primissimi anni novanta.

Sono ormai trascorsi alcuni anni dai tempi in cui Lee Israel (Melissa McCarthy) aveva pubblicato alcuni volumi biografici con buoni riscontri quando, dopo aver perso il lavoro a causa del suo caratteraccio, finisce con le spalle al muro, tra debiti da onorare e un gatto da curare, senza sottovalutare la spesa quotidiana in alcolici.

Improvvisamente, ha un colpo di genio, annusando l’opportunità di ideare dei falsi letterari, inventare lettere di star decedute per poi piazzarle sul florido mercato dei collezionisti.

Con l’aiuto dello sbandato Jack (Richard E. Grant), riuscirà a rimettersi in sesto, ma non trascorrerà molto tempo prima che emergano delle contraddizioni sui suoi testi, sufficienti per calamitare le attenzioni dell’Fbi su di lei.

 

Melissa McCarthy, Richard E. Grant

Copia originale (2018): Melissa McCarthy, Richard E. Grant

 

Tratto da una storia vera, raccontata dalla protagonista stessa in un libro pubblicato nel 2008, e sceneggiato da Nicole Holofcener (Non dico altro) con Jeff Whitty, Can you forgive me? è una pellicola che sa destreggiarsi su più fronti, sciorinando temi stimolanti per insediarsi su quei crinali scoscesi che azionano le leve di ragionamenti dall’assimilazione subitanea.

Dunque, lo spartito è intelligente, brillante di natura e caparbio nell’impilare lo sviluppo, che introietta parecchie contrapposizioni. Intanto, spalanca un portone su quanto distingue il vero dal falso, con la contraffazione e il collezionismo più feticista a colpire ai fianchi, un discorso estendibile sull’invenzione e la riproduzione, su quelle conoscenze basilari per discernere i campi, troppe volte assenti ingiustificate. 

Inoltre, siamo al cospetto di un passato che, da quanto appare remoto, sembrerebbe precipitare da un’altra dimensione, con la sua scorta d’ingenuità, tra truffe e una complessiva fiducia che finisce con il provocare danni, e la fotografia mnemonica di Brandon Trost (The disaster artist), ma il canale aperto direttamente con il presente è di ampi orizzonti.

Segnatamente, il freddo inverno in cui va tutto storto è una stagione dell’anima, mentre la voce protagonista è femminile, per giunta in una forma belligerante, intelligente e oltre le regole (anche del buon senso).

Un ruolo che offre a Melissa McCarthy la chance di incanalare la sua straripante vis comica - protagonista assoluta di grandi successi come Spy e Corpi da reato - in un soggetto blindato, con il risultato di essere superlativa (per lei si parla già di nomination agli Oscar che verranno), un’interpretazione che sboccia in maniera supplementare nei duetti da squattrinati con Richard E. Grant, grazie a un’alchimia insospettabile.

 

Melissa McCarthy, Richard E. Grant

Copia originale (2018): Melissa McCarthy, Richard E. Grant

 

Infine, la sceneggiatura è tonica, costruita con un’abbondanza di iniziative che abbracciano una confortevole fluidità di manovra, mentre le note musicali, accompagnate dalle scelte luminose, forniscono una rilegatura oculata e nostalgica, per una pellicola polifonica, candidata ad assumere il ruolo di outsider di stagione e conquistarsi uno spicchio di memoria.

Disinvolta, effervescente e amara, con sfavillanti attitudini comunicative.

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