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Paolo, apostolo di Cristo

Regia di Andrew Hyatt vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Paolo, apostolo di Cristo

di fixer
4 stelle

 

Ci sono essenzialmente due modi di fare un film su San Paolo. Il primo è quello di trovare un attore adatto, mettergli in bocca qualche frase, inframmezzandole con alcune sue parole presenti negli ATTI DEGLI APOSTOLI, inventarsi scene di sana pianta, all’interno di un’ambientazione abbastanza fedele storicamente, metterci un po' di pathos e un po' di ritmo e il gioco è fatto.

Oppure c’è un altro modo ed è quello di mostrare al pubblico, sprovveduto, la figura rivoluzionaria e gigantesca di questo titano della cristianità. Questo significa mostrare la sua formazione, la sua iniziale furia persecutrice verso i cristiani, la conversione sulla via di Damasco, la frequentazione della prima comunità cristiana di Gerusalemme, il Concilio di Gerusalemme, le prime diatribe sulla necessità di inserire la nuova religione all’interno di quella ebraica, sotto la legge mosaica (tesi cara alla comunità di Gerusalemme), oppure distaccarla da quella senza però condannarla e renderla indipendente, aperta ai pagani, aperta al mondo (Katholikòs), fondare la nuova religione dandole una dottrina nuova, rivoluzionaria, aprire comunità cristiane in tutto il mondo conosciuto e tantissime altre cose. E finire poi assieme a San Pietro in un carcere orrendo per morire poi decapitato, lasciando un’eredità più che mai attuale.

Tutto poi si complica quando viene introdotto il personaggio di Luca evangelista, autore del racconto contenuto negli ATTI, di cultura greca, non ebreo (era nato ad Antiochia), che non ha mai conosciuto Cristo (come del resto, anche san Paolo), medico e conoscitore della Bibbia, oltre che dell’ebraico e del latino.

 

Il regista, Andrew Hyatt, poi, è un giovane americano (è nato nel 1982), autore di 4 lungometraggi di cui due di tema religioso (questo e FULL OF GRACE). Il cinema americano, si sa, è molto attento alla voce “incassi” e se non ci sono all’inizio forti capitali per una produzione “Kolossal”, ci si deve chiedere come fare per interessare un pubblico sempre poco disposto ad andare in sala a vedere un film di tema religioso. Per farlo, bisogna assolutamente evitare di presentare situazioni o problemi che non siano in linea con l’ortodossia (pensiamo alle comunità cristiane del MidWest) come invece fece, a suo tempo Scorsese con L’ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO sollevando un’ondata di proteste. Oppure, magari diventare più realisti del re, e mostrare in modo crudissimo la Passione di Cristo (come ha fatto Mel Gibson), giocando tutto sulla spettacolarità spesso ripugnante, invece che sulla Parola e sulla riflessione. A volte si crede che, mescolando abilmente le carte, si possa raggiungere il successo insperato.

Nel film di Hyatt, invece, non c’è una spettacolarità particolare, c’è povertà di mezzi, rinuncia ai grossi nomi. Inoltre, Hyatt si arrischia a parlare di san Paolo attraverso la persona di Luca evangelista. Un rischio notevole, perché si sposta l’attenzione su Luca, mettendo in secondo piano san Paolo. Il film si apre con l’arrivo di Luca a Roma e finisce con la decapitazione di Paolo, dopo che Luca è partito per andare a predicare in Oriente. In effetti, questa potrebbe essere una mossa intelligente del regista il quale, per evitare di trattare il tema di san Paolo in modo diretto, lo fa attraverso gli occhi di Luca. In questo modo, evita le sabbie mobili della più che probabile semplificazione o banalizzazione, del sicuro svilimento della figura del santo.

Ma anche così le insidie sono enormi. C’è ad esempio la mancanza della figura di san Pietro. Eppure in quel carcere c’era anche lui ed erano insieme fino al giorno (comune ad entrambi) del supplizio. Perché questa omissione? Togliendo Pietro, si compie una scelta molto discutibile e, a mio avviso, sbagliata. E’ come spezzare a metà la Chiesa, fondata sulle figure di quei due giganti, diversi ma anche molto simili e soprattutto perché non ci può essere Chiesa prescindendo da uno dei suoi due fondatori.

Le visite di Luca a san Paolo in carcere sono frutto di fantasia, anche se c’è qualcosa che potrebbe avvalorare la tesi della presenza a Roma di Luca, nella lettera che Paolo scrive a Timoteo, in cui si lamenta di essere stato abbandonato da tutti e che solo Luca è con lui. Questi, stando a quanto scrivono molti studiosi, redasse il suo libro avvalendosi delle testimonianze raccolte nel corso dei suoi spostamenti e soggiorni in varie comunità cristiane che si erano andate costituendo già appena dopo la resurrezione di Cristo. Però Hyatt preferisce mostrare Paolo in persona che racconta le sue esperienze e le sue riflessioni messe per iscritto da Luca, destando i sospetti del comandante romano del carcere. Questa scelta ha lo scopo di dare risalto alla figura di Paolo, che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra. In questo modo, il pubblico capisce che Paolo è il Maestro e Luca una figura di diversa caratura. Ma anche così, non si percepisce la grandezza di Paolo e il valore della sua rivoluzione fondativa del Cristianesimo. Si intuisce invece la sua saggezza, la sua profondità. Ma questo non è sufficiente per delineare la sua figura. Non si può ignorare questo, magari dando per scontato tutto il resto (e per resto intendiamo la parte più importante). Non si può parlare di Paolo, dando per scontato il significato della sua grandezza, mortificandolo nella rappresentazione di un vecchio saggio che affronta con dignità il carcere e il supplizio.

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Questo è un atteggiamento valido quando si parla di personaggi pubblici moderni cui i media hanno riservato ampi spazi per interviste, articoli, intromissioni nella sfera privata diventati ormai di pubblico dominio. Si può quindi parlare di un episodio della vita di Nixon, Edgar Hoover, dello stesso Lincoln senza incorrere nella banalizzazione (magari però questa avviene per la pochezza dell’analisi del regista). Di questi personaggi si sa molto e quindi, vedendo il film, si parte già con un bagaglio di conoscenze che aiutano a capire meglio il personaggio analizzato in un singolo momento della sua vita.

Ma di Paolo cosa si sa? E soprattutto, cosa ne sa la gente comune? Vederlo, anche se con gli occhi di Luca (di cui sappiamo ancora meno) per qualche momento della sua vita, ci aiuta a farcene una vaghissima idea e non certo a capire la portata della sua missione.

Non si riesce quindi a comprendere perché Hyatt abbia dato questo titolo che risulta fuorviante, fornendo così un pessimo servizio alla conoscenza di san Paolo. La fede, parafrasando le parole di suor Maria ne LA GRANDE BELLEZZA, (2013) di Sorrentino, non si racconta, si vive.

NON SI RACCONTA, SI VIVE!

Per saperne di più, a chi non ha tempo né voglia di leggersi le Lettere, consiglio di andare su RAI STORIA e vedere la puntata di PASSATO E PRESENTE, diretta da Paolo Mieli, su San Paolo e la Chiesa, con l’intervento magistrale del professor Alberto Melloni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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