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Dogman

Regia di Matteo Garrone vedi scheda film

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La recensione su Dogman

di Peppe Comune
8 stelle

Marcello (Marcello Fonte) è il proprietario di un negozio che si occupa della cura dei cani, dalla toilettatura alla custodia durante la temporanea assenza dei padroni. Un dog sitter dal fisico minuto e dallo sguardo mite che si rapporta con il difficile territorio dove vive e lavora cercando di non lasciarsi sopraffare oltre il dovuto. Ha una figlia di nome Alida (Alida Baldari Calabria) che riempie di amorevoli cure e degli amici che gli vogliono bene e con i quali condivide la partita calcetto  che giocano più volte a settimana. Sotto banco pratica anche attività illecite, come quella di procurare la droga a Simone (Edoardo Pesce), un violento psicopatico che solo così Marcello cerca di tenere calmo. Simone (detto anche Simoncino) e dedito ad atti delinquenziali di ogni genere e, approfittando dell’arrendevolezza di Marcello, lo coinvolge suo malgrado in alcuni sui raid delinquenziali. Ne nasce un rapporto torbido da cui Marcello non ha la forza di sottrarsi e da cui cerca di ricavare il possibile per migliorare la sua condizione economica. Trova il coraggio di reagire quando Simone alza la posta dei sui progetti criminali e lui si trova ad essere un uomo profondamente umiliato ed emarginato da tutti. Quando si accorge che sta lentamente scomparendo la bontà stampata nei suoi occhi.

 

Marcello Fonte

Dogman (2018): Marcello Fonte

 

Con “Dogman”, Matteo Garrone ritorna alle atmosfere de “L’imbalsamatore”, e non solo perché entrambi si ispirano (seppur sommariamente) a fatti di cronaca realmente accaduti e sono ambientati nella location “apocalittica” del Villaggio Coppola (a Castel Volturno), ma perché da quel film si riprende l’essenza più nera che un territorio è suscettibile di poter proiettare verso l’esterno, la sua dismissione urbana, il suo diventare come una sorta di prigione a cielo aperto per chi ci vive. Ad accomunarli ci sono poi la relazione imprescindibile e funzionale insieme tra le persone e il loro milieu urbano d’appartenenza, la capacità dei più forti di far prevalere sempre la propria volontà e la difficoltà dei più deboli di staccarsene definitivamente. Mettiamoci pure il (fondamentale) rapporto con gli animali del tassidermista Peppino (un ambiguo Ernesto Mahieux) e del nostro dog sitter Marcello, la passione che ci mettono nel dargli una compiuta dignità (morti o vivi che siano), il fatto di trovare nel lavoro che fanno con dedizione l’unica possibilità di riscatto che hanno a propria disposizione.

Quella di Marcello è appunto la storia di un riscatto sociale che trova il modo di rinascere a nuova vita solo dopo aver toccato il punto più basso del suo particolare calvario esistenziale. Un riscatto che fa leva sul desiderio di costruire una vita “normale” e che non può prescindere dagli effetti degeneri prodotti in serie da un territorio difficile che esige i suoi taciti compromessi con il malaffare. Come padre, ha raggiunto un equilibrio ottimale con la piccola Alida, che vede ogni giorno e che riempie di dolci attenzioni ; come uomo, è inserito bene nel quartiere in cui vive e lavora, tutti lo stimano e gli vogliono bene ; come dog sitter, gode ormai di una buona reputazione e poco alla volta è riuscito a rendere il suo negozio una pensione per cani sempre più efficiente ed attrezzata. Ma rischia di perdere tutto se non si allontana dalla violenza cieca di Simoncino, se non recede il cordone ombelicale con questo “cane rabbioso” che lui cerca semplicemente di addomesticare (bella ed emblematica è una sequenza ad inizio film che ritrae Marcello mentre cerca di ammansire un cane molosso abbastanza inferocito). Usa le dosi di cocaina come se si trattassero delle ossa che solitamente si danno ai cani, perché proprio come con i cani, Marcello crede di instaurare con lui un rapporto complice che non cambia nulla del punto di partenza, che fa rimanere ognuno quello che è secondo la propria innata natura, mantenendo sempre le dovute distanze nel rispetto dei rispettivi ruoli. Ma Simone è l’incarnazione di una violenza che non conosce regole e non accetta ragioni, una scheggia impazzita che chiede solo di essere fronteggiata con una violenza di egual misura. I cani stanno li e sembrano registrare ogni cosa, Garrone li pone spesso come gli osservatori silenti di questa violenza gratuita che sta abbrutendo il genere umano. Loro sono in gabbia, ma sembrano voler costatare che gli umani vivono solo in una prigione più grande da cui non possono o non vogliono fuggire. Ecco, per riscattarsi totalmente Marcello deve venire a capo di questo male che ha incancrenito la sua terra prima di non riuscire a riconoscerlo più (Italo Calvino docet). Deve partire dal combattere contro la violenza che si è normalizzata dentro il suo corpo, quella che lo fa essere uno che si accompagna con passiva accondiscendenza alle gesta di un folle nonostante sia un buono d’animo, quella che gli fa rispondere obbedisco alle regole omertose determinate dalla legge della strada nonostante sia un puro di spirito.

A un regista come Matteo Garrone, che usa spesso i campi lunghi per mettere in evidenza i connotati fisici di un territorio per meglio relazionarli con le persone che lo vivono, non sarà dispiaciuto affatto ambientare nella periferia casertana un fatto di cronaca (noto come il delitto del Canaro) avvenuto trent’anni prima in un quartiere della periferia romana. Ovvero, avrà approfittato della situazione per generaredi fatto un’assonanza filologica tra il degrado urbano rappresentato in concreto dal Villaggio Coppola di Castel Volturno e il carattere idiomatico ricavato nitidamente dalla vulgata laziale. I territori che sorgono ai margini dei grandi agglomerati urbani si somigliano quasi tutti e quasi sempre rappresentano lo specchio più fedele dell’involuzione etica e culturale del paese. È un assunto quasi assiomatico questo e Matteo Garrone sembra volerne accertarne la ragionevolezza mostrando quanto le periferia sono degradate ed essere degradanti, indipendentemente dal tempo che scorre e dallo spazio che cambia forma. Rimangono dei territori a se, sempre e comunque uguali a se stessi, immobilizzati nella loro perdurante marginalità sociale. Sono dei naturali incubatori dell’eccesso, dove s’insinuano impuniti la sempiterna legge del più forte e il più spontaneo istinto alla sopravvivenza. Dei non luoghi che rendono chi vi abita schiavi delle circostanze ben oltre le proprie consapevoli volontà. Sono dei territori difficili, come si suol dire, e la loro complessità risiede proprio nel fatto che non esistono delle spiegazioni semplici ed univoche per poterli descrivere adeguatamente, dei chiari parametri di valutazione buoni per ogni circostanza. Quei territori non rappresentano dei mondi a parte perché così è sempre stato fin dalla notte dei tempi, lo sono diventati perché fatti oggetti di un abbandono persistente ed in molti casi calcolato. Quei territori sono i figli degeneri della miopia politica, del moralismo d’accatto della “gente per bene”, delle distorsioni calcolabili partorite in serie dalla società dei consumi. Sono come la polvere che la morale borghese accetta di buon grado di nascondere sotto ai tappeti. Un lento lavorio che ha finito per regolarizzare il brutto, il degrado urbano, l’abbrutimento delle coscienze, che rende sempre più indistinto il confine tra il bene e il male, il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, l’azione lecita e la pratica illecita.

Marcello incarna proprio la labilità di questo confine, lui che è un buono sta li a dimostrare quanto sia facile arrivare al punto di non saper più distinguere come si dovrebbe le fattezze del male. È soprattutto per questo motivo che film come “Dogman” rappresentano la miglior forma di realismo possibile (almeno in Italia) da poter rendere attraverso il cinema, il modo più onesto per raccontare di un territorio la verità del suo degrado senza togliere dignità e onore a molti di quelli che quel degrado lo subiscono quotidianamente. Perché non si compiace della violenza che esibisce ma neanche omette di mostrarla in tutta la sua nuda brutalità ; perché non produce del moralismo buonista ma neanche si sottrae al tentativo di scavare più nel profondo nell’animo della storia.  Perché si mantiene equidistante nonostante tutto, non facendo mai dell’obiettivo della macchina da presa lo strumento indiscreto tendente a veicolare a comando gli stati emotivi dello spettatore. Se si genera una naturale empatia nei confronti di Marcello è solo perché i suoi occhi sono carichi di dolente mestizia, proprio come quelli dei suoi amati cani, costretti ad assistere ad accessi scatti di violenza senza poter fare nulla.

Marcello è un superlativo Marcello Fonte, corpo e anima di un personaggio veramente riuscito reso ottimamente su schermo. Grande Cinema.      

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