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L'âge d'or

Regia di Luis Buñuel vedi scheda film

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La recensione su L'âge d'or

di alan smithee
10 stelle

IMPULSI BUNUELIANI

L'amore passionale, dunque autentico e avulso da ogni condizionamento sociale, rimane un tabù e diviene costante oggetto di attacco da parte di tutti coloro in qualche modo legati alle convenienze sociali, ai dettami di cuna chiesa oscurantista e doppiogiochista, alle imposizioni di uno stato ottuso e impermeabile ad ogni tipo di sentimento che possa avvicinare ad una passione.
Dal punto di vista formale, L'age d'or è composto da quattro principali capitoli o blocchi narrativi: il primo, introduttivo, ci presenta la vita, ma anche la predisposizione caratteriale che un animale pericoloso ed ostico come lo scorpione, racchiude già nella sua particolarmente repellente apparenza strutturale. Le inquietudini legate al veleno mortale contenuto negli aculei che ne caratterizzano la parte finale del corpo, si acuiscono quando l'animale ci viene presentato, attraverso una presentazione di tipo apertamente documentaristico, come animali per nulla socievoli, solitari, e desiderosi di buio ed isolamento.
Nel secondo episodio, una vicenda di banditi si incastra con quella di un sontuoso corteo religioso, ove la presenza di alcuni vescovi portati sull'altare in pompa magna non si ferma nemmeno in presenza delle relative spoglie senza vita degli stessi religiosi, oggetto di culto al di là delle loro effettive qualità ed esistenze, in nome di una credulità popolare che contagia e uccide ogni capacità di libero ed arbitrario pensiero. 

Nel terzo episodio, la posa ufficiale di una prima pietra che suggella l'inizio della costruzione di chissà quale opera di primaria importanza nella Roma capitolina ed imperiale, fornisce l'occasione fortuita a due individui di conoscersi ed attrarsi sino al punto di non riuscire più a controllarsi, attratti sino al punto di commettere ogni genere di gaffes o azione maldestra pur di vedere soddisfatto quel desiderio di contatto che le regole sociali vietano ed ostacolano con la massima convinzione. Attrazione che si sposterà, in seguito, in diversi altri contesti, ancora più esclusivi ed ufficiali, fornendo l'occasione di mostrare da una parte i risultati di una bestialità incontrollata, in grado di passare dalla disinibizione sessuale più fuori controllo, alla istintività di rendersi assassini di bambini per un semplice sgarro ricevuto da un ragazzino maldestro; dall'altra la placida tendenza della nobiltà di disinteressarsi di tutto ciò che esula dai propri interessi, provando al massimo una flebile curiosità morbosa per un episodio riprovevole e crudele come l'uccisione di un bambino, ma tornando poco dopo ad occuparsi dei propri interessi e svaghi, onde non compromettere l'esito della festa che li vede invitati e protagonisti.
Nel quarto ed ultimo spunto narrativo, osserviamo un gruppo di viziosi libertini in stile De Sade nel momento in cui abbandonano, visibilmente provati, il castello in cima ad un suggestivo pendio innevato, dopo una lunga permanenza dedicata a seviziare un gruppo di giovani donne, aizzati da quattro prostitute coinvolte allo scopo di non far calare il desiderio ai commensali pervertiti chiamati a partecipare al festino.

Sbeffeggiata la Chiesa romana anche platealmente, con la fine indecorosa dei Papi onorati anche da scheletri, affrontati di petto argomenti tabù come la sessualità che necessità di una forma di espressione, più che di misure di repressione, devastata la continuità familiare e reso evanescente il concetto di Stato e di appartenenza ad una nazione, Bunuel, con questa sua seconda opera cinematografica strutturata come un mediometraggio di circa un'ora, e scritta assieme all'amico Dalì come nel caso del già forte e prorompente Le chien andalou, si è guadagnato in poco tempo la messa al bando dalle sale cinematografiche francesi, ove il film fu prodotto e concepito. Il film, gioiello inquietante e scientemente disturbante del surrealismo giunto al cinema nel suo fulgore più dissacrante ed incontenibile dalla fusione di due menti ispirate e motivate come Bunuel e Dalì, riuscirà a riapparire solo nel 1981, oltre cinquant'anni dopo, ad opera della Gaumont, che prese a farlo circolare nuovamente.
Per il regista, giovane ed in ascesa, ma ostacolato dalla sua stessa vena creativa e dalla intransigenza del proprio linguaggio artistico, ne conseguì un periodo complicato, indeciso se trasferirsi negli Usa, o se proseguire in Europa, nella sua Spagna sempre più divisa e sul punto di scoppiare, sulla spinta di nuovi stimoli a carattere informativo, che daranno vita, dopo mille vicissitudini, al prezioso documentario dai precisi intenti civico-divulgativi, ma dal piglio non meno  intitolato "Las Hurdes". 
 
 
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