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L'âge d'or

Regia di Luis Buñuel vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su L'âge d'or

di laulilla
10 stelle

Questo è il secondo film di Buñuel, nato dalla collaborazione con Salvador Dalì, che, in seguito avrebbe preso le distanze dal regista, interrompendo il sodalizio grazie al quale era stato realizzato Un chien andalou.

Seguiranno le peripezie dei due giovani che continuano ad amarsi da lontano e a cercarsi, in un mondo onirico, in cui ampio spazio trovano le citazioni musicali e iconografiche – dall’Incompiuta di Schubert alle provocazioni di Marcel Duchamp – finché si ritroveranno.

 

La parte centrale del film è la narrazione del loro ritrovarsi, ma anche delle difficoltà che ancora si frappongono alla realizzazione del loro immutato desiderio. Agli impedimenti sociali si aggiunge ora anche la difficoltà di mantenere vivo il desiderio maschile quando sembra più facile la sua realizzazione, perché il maschio è costretto a misurarsi con l’imprevisto emergere di quello femminile.

 

 

 

 

 

 

Alla frustrazione che ne deriva, fa riscontro il manifestarsi di comportamenti sessuali devianti, voyeristici e feticistici, che – io credo – per analogia, ci portano all’epilogo del film: l’evocazione del sinistro castello all’interno del quale si consumavano i delitti orribili descritti da Sade nelle 120 giornate di Sodoma.

In cauda venenum, sostenevano gli antichi, riferendosi al comportamento degli scorpioni, che, probabilmente non a caso, sono descritti, con grande precisione documentaristica nel prologo del film.

 

Il veleno delle scene finali è nella nettissima e scandalosa blasfemia: il dissoluto duca di Blengis, protagonista delle efferatezze delle 120 giornate, ha le vesti e le sembianze di Gesù Cristo, ed era interpretato dall’attore cui all’epoca, veniva affidato quel ruolo, mentre la scena conclusiva rappresenta il rogo della Croce, cui sono appesi gli scalpi e le reliquie delle vittime dell’intolleranza religiosa.

La visione del film, perciò, ci presenta molti episodi apparentemente slegati, che in realtà sono perfettamente consequenziali: il prologo e l’epilogo hanno un legame interno, abbastanza chiaro, mentre, nonostante le incongruenze di tempo e di luogo, tipiche del cinema surrealista che fa del delirio paranoico la cifra dell’indagine – secondo la definizione di Dalì – tutto il film si presenta con consequenziale chiarezza, ancora ricorrendo all’uso dell’iconografia surrealista (Magritte) della musica: da quella di Debussy al fluire continuo di quella wagneriana (Tristano e Isotta)…

 

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Rielaborazione per questo sito della recensione che avevo pubblicato il 27 gennaio 2011 su Mymovies

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