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The Addiction

Regia di Abel Ferrara vedi scheda film

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La recensione su The Addiction

di chinaski
8 stelle

Il vampirismo come metafora della tossicodipendenza.
Ma non solo, Abel Ferrara costruisce un film che scava all’interno dell’animo umano, nella ricerca delle origini del male. Pieno di citazioni filosofiche, il film si apre ad una molteplicità di letture e di spunti di riflessione. L’uomo è malvagio perché è questa la sua natura. L’uomo è spinto al male perché non riesce a fermarlo tramite la sua volontà. E dall’altra parte chi è debole si lascia sottomettere e non si oppone alle tentazioni del nostro lato oscuro.
Volontà.
Sottomissione.
Ferrara lavora sui questi temi, li amalgama in una storia che passa in continuazione dall’horror alla speculazione filosofica, avvolge la sua protagonista (una strepitosa Lily Taylor) in un bianco e nero espressionista, sia per i tagli della luce, sia per l’importanza delle ombre. Il lavoro sull’immagine riflette gli stati d’animo e l’angoscia di Kathleen, il buio in cui è caduta, la necessità di una luce che possa portare un cambiamento.
Le immagini dei campi di concentramento nazisti, delle stragi in Vietnam e dei lager in Bosnia, sono i simboli del massimo livello di degradazione a cui l’uomo si è spinto, l’apice dell’orrore che ha saputo costruire.
Davanti a queste immagini Kathleen dice – “Adesso capisco, o Signore, la mostruosità che c’è dentro di noi, la nostra droga è il male, la nostra propensione al male risiede nella nostra debolezza. Kierkegaard aveva ragione, c’è un terribile precipizio davanti a noi ma si sbagliava riguardo al salto, c’è differenza tra il saltare e l’essere spinti. Si arriva a un punto in cui bisogna fare i conti con i propri bisogni e l’incapacità di gestire fino in fondo la situazione crea un’insopportabile ansia, non è cogito ergo sum ma pecco ergo sum, pecco quindi sono.”
In quest’ottica deterministica nella quale l’uomo sembra essere dannato per l’eternità c’è solo la nostra volontà come via di salvezza. Volontà di resistere al male, di opporsi alla nostra natura. Concetti espressi in maniera chiara e precisa dal personaggio interpretato da Christopher Walken.
La protagonista prosegue dunque sulla strada dell’orrore, riflette su tutto quello che ha studiato (si sta per laureare in filosofia), su come la semplice riflessione filosofica non sia in grado di dare risposte soddisfacenti al nostro essere.
Kathleen porta distruzione, trasforma altri esseri umani in schiavi, li rende dipendenti.
All’inizio del film Kathleen viene morsa da una donna vampiro. Si sottomette alla sua volontà. Si sottomette al male.
Il sangue come l’eroina.
La dipendenza, ecco un altro dei temi portanti del film.
La fame dell’organismo e dell’anima. Il richiamo di ogni cellula verso qualcosa che la calmi.
Dice Kathleen – “La dipendenza ha una duplice natura, da un lato soddisfa lo stimolo che scaturisce dal male ma dall’altro ottunde la percezione così che viene meno la coscienza del nostro stato, si beve per ottundere la coscienza di essere alcolisti, l’esistenza diventa ricerca di sollievo dal vizio e il vizio è l’unico sollievo che possiamo provare.”
E in quest’ottica allora anche il concetto di redenzione potrebbe assumere una nuova luce. Dobbiamo peccare per poter essere perdonati. Il male è la nostra droga perché solo tramite esso possiamo arrivare al perdono. Dio ci ha fatto malvagi perché solo in questo modo la sua presenza diventa necessaria, se fossimo buoni non ne avremmo bisogno. Il peccare è il nostro vizio perché porta al perdono che è l’unica cosa ci reca momentaneamente sollievo.
Le componenti cristiane (e cattoliche) diventano poi ancora più evidenti (sia ad un livello iconografico che di significato) verso la fine del film. Il perdono diventa ottenibile solo tramite una confessione, l’annullamento del sé nella pietà di un essere a noi superiore, Dio.
Le vie d’uscita quindi potrebbero essere due. La prima, umana e forse la più difficile, è l’esercizio della propria volontà, dell’autocontrollo, del superamento delle proprie debolezze nella piena conoscenza di se stessi. La seconda è quella della religione, del rimettere a qualcuno di esterno a noi la capacità di perdonare il male che facciamo. Ma si potrebbe cadere di nuovo nel vizio e niente sarebbe risolto.
E forse non è un caso che Marx abbia paragonato proprio l’oppio alla religione.
Non tanto perché potrebbe ottundere il pensiero umano quanto per la sua capacità di creare dipendenza.
Dio e il suo perdono diventano la nostra unica via di salvezza.
Noi diventiamo dipendenti da lui.
E come tossici ci mettiamo alla perenne ricerca della prossima dose che ci porti conforto.

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