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Fuga dalla scuola media

Regia di Todd Solondz vedi scheda film

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La recensione su Fuga dalla scuola media

di cheftony
7 stelle

“Why do you hate me?”
“Because you’re ugly.”

 

welcome to the dollhouse - WELCOME TO THE DOLLHOUSE Photo (36330899) -  Fanpop

 

Dawn Wiener (Heather Matarazzo) è una ragazza dodicenne, sgraziata ed infelice reietta della sua classe in junior high, la cui quotidianità scolastica è fatta di occhiatacce, piccole vessazioni, insulti. Nemmeno fra le mura di casa Dawn riesce a sentirsi apprezzata: il fratello maggiore Mark (Matthew Faber) è un ragazzo studioso e nerd, mentre la sorellina più piccola Missy (Daria Kalinina) è la cocca di casa, con la sua detestabile perfezione da prodigio della danza.
A scuola Dawn tende – suo malgrado – a cacciarsi nei guai e finisce sotto tiro dei comportamenti inquietanti del bullo Brandon (Brendan Sexton III). Comincia però a nutrire un’impossibile speranza dal momento in cui conosce l’avvenente Steve (Eric Mabius), frontman del gruppo musicale di Mark Wiener, dal quale Steve si fa aiutare per il corso di informatica. Nonostante questo si trascini dietro con evidenza l’aura di bello, maledetto e superbo, Dawn si convince che quel ragazzo più grande con capelli lunghi, orecchino e camicie sgargianti rappresenti il suo lasciapassare per una vita finalmente felice e sbocciata…

 

“Non mi veniva in mente nessun film americano che affrontasse in modo serio l’infanzia. Nei film americani i ragazzini sono carini come una bambola o demoni malvagi. Le prime bozze di “Welcome to the Dollhouse” erano tutte più cupe e deprimenti; c’è voluto del tempo per trovare il giusto livello di desolazione.” [Todd Solondz]

 

Todd Solondz — Charlie Rose

 

Todd Solondz, regista e sceneggiatore nativo di Newark, New Jersey, ha esordito nel 1989 con lo sfortunato e ripudiato “Fear, Anxiety & Depression”. È stata sotto molti punti di vista un’esperienza sconfortante, dopo la quale ha trascorso diversi anni lontano dal mondo del cinema, prevalentemente nelle vesti di insegnante di inglese per immigrati russi. “Welcome to the Dollhouse”, ignorato da diverse rassegne ma premiato al Sundance Film Festival, è il risultato del suo secondo tentativo (riuscito) di far breccia, andando a recuperare un’idea già scritta al tempo dell’esordio.
Solondz è una persona visibilmente timida ed impacciata, dalla parlata quasi balbettante e con occhialoni dalla montatura distintiva; è apparso naturale a parecchi intervistatori chiedersi se abbia carattere autobiografico un film su quanto possa essere amareggiante essere dodicenni della junior high school nei sobborghi del New Jersey. Per quanto al regista non sia capitato niente di quanto narrato attraverso la finzione di Dawn Wiener, appare subito chiaro come Solondz maneggi la materia con una sensibilità non comune.
Nel mondo di Dawn ritroviamo dinamiche e meccanismi che non vorremmo mai associare al vissuto pre-adolescenziale medio, ma inevitabilmente vi riconosciamo qualcosa: epiteti sgradevoli, discriminatori e sessisti (wiener-dog, ovvero cane bassotto, lesbo e faggot), senso di isolamento e di incapacità di adattamento, infatuazioni impossibili, atti di vero e proprio bullismo. Non è una favoletta americana a lieto fine, non c’è il brutto anatroccolo che diventa cigno: Dawn è una ragazza per nulla graziosa in odor di pubertà, ma è anche e soprattutto un essere umano, capace di gesti crudeli, di provare invidia e risentimento. Dietro ai suoi comportamenti è facile leggere uno spasmodico desiderio di essere amata, se non altro per compensare la scarsa propensione ad apprezzare se stessa. Ma i genitori e l’istituzione scolastica sono assenti, repressivi, emotivamente distanti da tutto questo.

 

Welcome to the Dollhouse (1995) Review |BasementRejects

 

Solondz ricorre ad un’estetica coloratissima e cringe (come diremmo oggi giovanilisticamente) ma tutt’altro che patinata: l’America degli adolescenti non è fatta di sport e cheerleader, bensì prevalentemente di punizioni, figuracce, riformatori. Le difficoltà emotive e relazionali trovano un ottimo modello nel rapporto fra Dawn e il bulletto Brandon che le promette di stuprarla: un modo come un altro di mostrare una forma di attenzione e persino di recondito apprezzamento, pur tramite un termine (rape) violento e probabilmente sconosciuto.
Heather Matarazzo è una piccola scoperta nel ruolo dell’iconica protagonista, selezionata tramite un processo di casting senz’altro riuscito; Angela Pietropinto brilla per efficacia nel ruolo della madre grottesca, ingiusta e insensibile, ma anche Brendan Sexton III ed Eric Mabius sono da segnalare nei panni degli amori impossibili di Dawn; quest’ultimo dà anche voce all’orecchiabilissimo pezzo eponimo del film, grazie al ruolo di chitarrista e cantante nel gruppo di Mark. Ciononostante, il motivo ricorrente di “Welcome to the Dollhouse” è un breve refrain rock per batteria e chitarra che funge da elemento di raccordo con il montaggio.
La seconda fatica di Todd Solondz è un lavoro a tutti gli effetti seminale, avendo poi rappresentato lo spunto di partenza per altri film (“Palindromes” e “Wiener Dog”). Si tratta di un film sincero e caustico, per quanto ancora lungi dall’essere tagliente e scomodo come i successivi “Happiness” e “Storytelling”, nei quali Solondz affronterà i peggiori tabù sociali oscillando con notevole abilità sul filo di un difficile equilibrio.

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