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In guerra

Regia di Stéphane Brizé vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su In guerra

di maurizio73
6 stelle

Il focus di Brizè sulle sperequazioni di un mondo del lavoro schiavo delle logiche neoliberiste e succube di una legislazione studiata su misura passa dal livello individuale a quello collettivo. Cinéma vérité che tenta di rimanere aderente alla materia trattata ma che non resiste ad un paio di soluzioni ad effetto.

La lotta di un sindacalista contro l'annunciato licenziamento di 1100 lavoratori della sede francese di un'azienda tedesca, si scontra dapprima con la resistenza del gruppo che la controlla, poi contro quello della magistratura che la giustifica ed infine con una parte del sindacato che cede ai suoi ricatti. Quando la lotta dell'uomo sembra ormai senza speranza, un gesto eclatante rimetterà tutto in discussione.

 

 

Battagliero
un sepolcro al cimitero
ricoperto di lillà

 

Il focus di Brizè sulle sperequazioni di un mondo del lavoro schiavo delle logiche neoliberiste e succube di una legislazione studiata su misura, passa da quello dell'uomo che rappresenta solo se stesso e la sua famiglia (La Loi du Marché) a quello che abdica all'egoismo dei propri interessi personali di padre e nonno per difendere gli interessi della pluralità di famiglie che compongono una classe operaia sempre più defraudata di diritti e dignità. Un cambio di prospettiva che sposta lo scontro sociale in atto dall'accettazione di una personale resa incondizionata alla ratificazione di una sconfitta collettiva fondata sulla incolmabile disparità del potere contrattuale e sulla struttura di un sistema di potere (politico, giuridico, sociale) che un capitalismo senza ritegno sembra aver ormai consolidato negli ultimi venti anni di irrefrenabile rincorsa al profitto e inarrestabile pervasività istituzionale. Un processo che ha radici lontane, ma che sembra deflagrare nella sempre più frequente e patetica messa in scena di un canovaccio teatrale di schermaglie sociali fatte di procedure a scadenza prefissata, verdetti già scritti, mediazioni politiche di facciata e la presa per fame di un proletariato che soggiace al divide et impera messo in atto da una parte datoriale che centellina una strategia di giovani lacchè allo sbaraglio, teste di legno locali senza potere di firma e crucchi in doppiopetto con la doppia cittadinanza franco-teutonica che tirano le fila. Docufiction più sociale che politico; le interlocuzioni si svolgono sul piano di un confronto individuale che tiene sullo sfondo le riflessioni sui massimi sistemi: le dinamiche del mercato (delocalizzazione,internazionalizzazione, contributi a fondo perduto), i compromessi strutturali delle strategie sindacali e persino le ragioni dell'ambigua mediazione degli apparati governativi. In primi (e primissimi piani) e sovente con una traballante camera a mano da cinéma vérité, i corpi ed volti degli uomini in prima linea, mandatari di un interesse di classe che coinvolge allo stesso modo tutti i centri di scontro di una produzione sempre più globalizzata e indifferente ai confini geografici e giuridici. Forse si esagera nella messa in campo di una serie di clichè che hanno lo scopo di esasperare il clima di quella guerra sociale che riecheggia nella perentoria laconicità del titolo, ma rispetto alle astrazioni surreali ed al gusto del grottesco di un famigerato titolo di Germi degli anni '70, mantiene i piedi ben piantati per terra nel dissezionarne con assoluto realismo le dinamiche relazionali e la ineluttable scansione temporale, con le uniche (ma importanti) pecche di deviare dal percorso prefissato di una delle migliaia di crisi aziendali cui assistiamo ogni giorno per concedersi una solidarità di tra ultimi senza riscontri (la sede aziendale dello stesso gruppo non minacciata da alcuna crisi) ed una finale (spoiler!) alla Jàn Pàlach che sembra più un auto da fé (un vero e proprio atto di fede nel futuro!) di spettacolare sensazionalismo ideologico che una protesta credibilmente maturata nella psicologia del protagonista; vezzi di scrittura che pregiudicano in misura ridotta il valore di un'opera che ha il merito come poche altre di mostrarci le logiche disumane ed il volto rapace del moderno imperialismo capitalista. Nominato per la Palma d'oro al Festival di Cannes 2018.

 

 

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