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Il regno

Regia di Rodrigo Sorogoyen vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Il regno

di alan smithee
7 stelle

TFF 36 - AFTER HOURS / CINEMA OLTRECONFINE

Il successo dà sicurezza, e non solo di tipo economico; rende anche propensi a considerare la propria attuale ed apparente onnipotenza come uno status inalienabile. Che tuttavia spesso naufraga, inghiottito dai flutti melmosi del baratro dello scandalo che si oppone alla crescita irresistibile di poco prima.

Il vice-segretario locale di un partito nazionale di primo rilievo, Manuel Gomez Vidal, vive questo percorso a montagna russa la cui pendenza si inverte, inabissandolo, quando uno scandalo che coinvolge la sua fazione sceglie di far sì che l'uomo diventi il capro espiatorio per allontanare i sospetti sui membri più altolocati dello stesso.

Accusato di corruzione e solo contro tutti (eccetto l'intervento recalcitrante della moglie e quello della figlia), Manuel si lancerà in una corsa contro il tempo per cercare di capovolgere il giudizio reso dalle circostanze ad uso e consumo di un'opinione pubblica scaltramente pilotata, e per questo sarà coinvolto in una pericolosissima corsa volta a tentare di discolparsi, dimostrando che il marcio esiste per davvero, e di ciò ne ha fatto parte pure lui, circondato tuttavia da tutta una serie di intoccabili che hanno trovato in lui la veste dell'agnello sacrificale.

Sulla falsariga bel collaudata del tortuoso ma impeccabile Che Dio ci perdoni, il bravo cinesta Rodrigo Sorogoyen si butta nuovamente nel genere del thriller politico con un film che sa dosare bene l'adrenalina del complotto, con le ragioni della difesa del protagonista, indotto a prendersi la responsabilità di azioni che vanno ben al di là della sola singola responsabilità personale.

Certo Che Dio ci perdoni forse filava più liscio e disinvolto: questo The Realm stenta decisamente ad ingranare la marcia del thriller, appesantito da premesse un po' prolisse invero necessarie per rendere credibile, o quanto meno possibile, la vicenda raccontata; ma quando la partenza è ingranata, il thriller fila via liscio e teso, avvalorato dalla presenza di un interprete di razza, da Sorogoyen ampiamente collaudato nel già citato precedente suo buon film: il suo nome è Antonio de la Torre, ottimo attore già apprezzato di recente ne Una notte di 12 anni, in Abracadabra di Pablo Berger, nel dinamico La vendetta di un uomo tranquillo, La isla minima, e soprattutto nel torvo ma pacato Cannibal. 

Il protagonista corrotto e reo, che tuttavia quasi si santifica di fronte alla cattiveria ben più infida e diffusa che lo circonda e tenta di carpirlo sotterrarlo, e ancora di più la staffilata finale inferta da un giornalismo (che veste i panni della sempre seducente Barbara Lennie) che pare alla ricerca della verità più pura, ma che invece finisce pure lei per vendersi di fronte ad una corruzione che pare inarrestabile di fronte ad ogni muro, rende piacevole e concitata una vicenda, condotta con la lucidità di chi sa dosare la suspence a favore di una narrazione serrata sapientemente congegnata.  

 

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