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Una storia senza nome

Regia di Roberto Andò vedi scheda film

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La recensione su Una storia senza nome

di Spaggy
7 stelle

In Una storia senza nome Roberto Andò prende spunto da una vicenda realmente accaduta a Palermo. È la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 quando dall’oratorio di San Lorenzo in via dell’Immacolatella scomparve per sempre un’opera dall’inestimabile valore (si dice che possa oggi valere qualcosa come 150 milioni di euro): la Natività del Caravaggio.  Olio su tela dalle dimensioni che occupano quasi un’intera cappella (298x197 cm), il quadro era stato realizzato nel 1609 e nessuno avrebbe mai potuto prevederne il furto, di cui negli anni si è ritenuta responsabile la mafia. La dinamica di quella notte è rimasta nei decenni incerta, pochi gli indizi raccolti e poche le testimonianze in merito. Il primo a parlare del colpo fu dalle colonne del mitico quotidiano l’Ora il giornalista Mauro De Mauro, scomparso l’anno dopo. Per molti anni del quadro non si parlò nemmeno più fino a quando non rispuntò fuori dalle dichiarazioni rilasciate dal pentito Francesco Marino Mannoia al giudice Giovanni Falcone. Successivamente ne riparlarono anche Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza, Gaetano Grado e Francesco Di Carlo, ma ognuno di loro ha fornito resoconti divergenti. C’è chi sostiene che l’opera sia finita in pasto ai maiali (metaforicamente, non sarebbe una novità in Italia) e chi invece giura che sia stato conservato o per far un giorno cassa o per venire a patti con lo Stato (si ipotizzò anche un tentativo di scambio durante la famosa trattativa Stato-mafia). Un’ipotesi ancora più suggestiva sia quella che vuole la tela girare di casa in casa dei boss al comando di turno, come prestigioso trofeo da esibire in segno del proprio potere. Stando a questa formulazione, l’opera – il cui ultimo resoconto di avvistamento risale al 1981 – potrebbe essere nelle mani di quello che è l’ultimo boss dei boss ancora latitante: Matteo Messina Denaro.

Renato Carpentieri, Micaela Ramazzotti

Una storia senza nome (2018): Renato Carpentieri, Micaela Ramazzotti

 

La premessa storica è utile per capire cosa ci sia di vero e cosa sia invece inventata nel lavoro di Andò che, palermitano d’origine, sposa diverse ipotesi intrecciandole come in una sorta di giallo comico o di commedia degli equivoci a sfondo criminale. La Natività e la sua scomparsa entrano nella fattispecie a gamba tesa nella quotidianità di Alessandro Pes, famoso sceneggiatore alla ricerca di un nuovo soggetto. Pes però non ha mai scritto nulla in vita sua e dietro ogni suo film di successo si cela Valeria, la segretaria della casa di produzione con cui in passato ha anche avuto una storia. Scrittrice in anonimo, Valeria è una goffa quarantenne che vive nello stesso pianerottolo della madre Amalia, non ha mai conosciuto il padre e si accontenta delle briciole di attenzione che Pes le riserva. Un giorno, mentre cerca ispirazione per il soggetto da rivendere a Pes, viene contattata da un certo Alberto Rak, un anziano signore dall’aria distinta che ha una storia da raccontarle. La storia che le rivela ha al centro un critico d’arte inglese, ucciso dopo aver constatato l’originalità dell’opera del Caravaggio data per spacciata per sempre.

Valeria inizia a scrivere della storia, al progetto si interessa un famoso regista internazionale, un coproduttore di origine siciliana e persino i cinesi. Ciò che Valeria e Alessandro ignorano è che finiranno presto con il loro copione al centro di un intrigo di doppiogiochisti, politici corrotti, criminali informatici, ladri su una motocicletta Ape e persino latitanti che hanno trovato nuove soluzioni chirurgiche per non farsi riconoscere.

Con paradossale ironia, Roberto Andò riflette su cosa sia veramente il cinema facendo il punto su come questo trascenda la realtà per crearne una nuova e affibbiarle nuovo senso. Con l’occhio di conosce bene i meccanismi della scrittura, costruisce un’opera metafilmica in cui mostra come nasce un film inserendo l’argomento come parte centrale del racconto. Amalgamando generi (parafrasando il titolo, la sua è una storia senza genere) e mescolando in continuazione le carte, fa in modo che non si sappia chi siano i cattivi e chi invece i buoni. Gioca sapientemente con le ambiguità del noir e affida a Valeria il compito di farsi deus ex machina, di cambiare le sorti degli eventi che si susseguono con le parole che imprime tra le righe della sua sceneggiatura. Sequenze in bianco e nero del nuovo film girato si sposano con la ricerca della verità sul quadro e con il crescente tragicomico pericolo a cui la protagonista va incontro prima di una serie di inattese rivelazioni finali che, al pari di una matrioska, passano da questioni di importanza nazionale a segreti della sua vita privata.

Ciò che indovina la sceneggiatura di Andò sono soprattutto le caratteristiche dei personaggi. Naif, distratta e brutto anatroccolo è la Valeria di Micaela Ramazzotti, pronta a risplendere nel continuo campo e controcampo finale (in un interessante confronto tra la fiction reale e la fiction fittizia); seduttore e mascalzone latino è l’Alessandro di Alessandro Gassman; accattivante, ambivalente e, perché no, tenero è lo 007 Alberto di Renato Carpentieri (che attore!); ironica e lucida è la Amalia di Laura Morante, custode di un antico segreta e maestra di parole. Su tutti, però, meritano una menzione particolare il maestro polacco Jerzy Skolimowski, che con sapiente autoironia regala il personaggio di un regista che ricorda tanti altri del nostro cinema, e Gaetano Bruno nei panni del produttore siculo Diego, losco figuro in grado di relazionarsi con loro, quelli le cui ambizioni arrivano fin dentro alle stanze di Palazzo Chigi.

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