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The Maus

Regia di Yayo Herrero vedi scheda film

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La recensione su The Maus

di mck
8 stelle

“Europa! Questa è una cosa seria! Pum!” -- Non con un "Bang!" su scala mondiale, né con un lamento di dolore personale: scegliete la vostra onomatopea, "Rra-ta-ta-ta-tà!", o un gorgoglio del sangue che fiotta, e dite le vostre fottute preghiere. -- "Kalashnikov! Kalashnikov!"

Confortato e stimolato dai precedenti pareri di @lostraniero, prima, e @maurizio73, poi, ho deciso di dare un senso al mio compunto, contrito e rimordente abbonamento a NetFlix buttandomi nella Grande (la maggiore, che ve ne sono state tanto di piccole quanto d'ulteriori, non liquidabili come minori) Eccezione alla "Regola" del "Mai più" che la pacifica storia europea interna post-WW2 ha subìto e messo in atto (e in scena), ovvero il carnaio delle guerre balcaniche di Jugoslavia e dintorni, qui nello specifico rivisitato dall'esordio nel lungometraggio (da lui scritto) dello spagnolo asturiano classe '79 Gerardo "Yayo" Herrero Pereda, che rimane e si spinge lontano tanto da Emir Kusturica [nato a Sarajevo nell'odierna Federazione (bosniaco-mussulmana sunnita) e Repubblica (serbo-cristiana ortodossa) di Bosnia e Eerzegovina, poi naturalizzato serbo] quanto da Srdjan Spasojevic (nato a Belgrado, Serbia), per non citare il più mainstream/embedded Danis Tanovic (bosniaco), o persino e addirittura Spiegelman - in questo avvicinandosi ad esempio al fare cinema di una autore etnico italiano come Lorenzo Bianchini -, percorrendo i ribattuti sentieri delle moderne inter-entità politico-religiose.

 


Il film principia, immerso nelle lame di luce solare filtrata dalle foreste continentali bosgnacche interpretate da quelle castigliane nei pressi di Segovia (stessi luoghi che hanno dato location a “el Laberinto del Fauno”, e nell'aria risuonano gli stessi ciangottii insettoidi) - mentre il finale è stato girato nel Parque de La Granja presso la Biblioteca Pubblica di Stato, a Santa Cruz di Tenerife, Canarie (cercate su StreetView di GoogleMaps le sedie in cemento ad “h” in una delle piazzole) -, con due lunghi piani sequenza, cui ne seguiranno molti altri, e il racconto vi si affida, totalmente e compiutamente immersivo, senza quasi mai (i primi due - l'uno più lungo, 10 minuti, l'altro* più inquietante - sono interrotti e congiunti dai titoli di testa) abbandonarne il fluido scorrere, tranne che per capita(lizza)re sul volto di lei; o spezzarsi per la detonazione di una delle tante rigaglie e lacerti, relitti e rottami, cascami e frattaglie della guerra non bonificate dalla pace e ancora vigili e pronte ad innescarsi ed esplodere, tra "Full Metal Jacket" (“Adams!”- “Signore! Sì, signore!” - “1800. Genio. Tu, vai a fare lo sminatore!”) e “i Recuperanti” olmiani. Srebrenica, a un tiro di schiop... Pardon: AK-47.

 


*Proseguendo. La Macchina da Presa inquadra la protagonista prima di fronte e poi di spalle, con un Movimento di Macchina a semicerchio completo (seguiranno a breve mezzi archi e giravolte centrifughe e centripete), mentre la donna è intenta ad osservare qualcosa, poi la cinepresa compie un altro apparente (perché lei si sposta insieme alla MdP) MdM a 180° e...riprende qualcos'altro, non ciò che aveva attratto la sua attenzione, mentre nel frattempo lei guarda già altrove...
“Fog? What fog?”
Nel mentre, un'altra auto compare fuori fuoco (lo sfondo sfocato è continuamente abitato, anche fuoricampo...) alle spalle di lui...
Stessa cosa, ma più esplicita (e quindi meno riuscita? No, direi diversamente altrettanto riuscita), poco dopo: lei scappa in salita lontano dalla carrareccia, lui la insegue per un tratto per poi ritrovarla...in discesa, oltre la strada sterrata.

E quando lo schermo va a nero, l'audio continua, perdura, insiste a svolgersi, e il tempo collassa e si riavvolge.

 


Maus” inscena la continua, persistente, percussiva messa in discussione dello scavalcamento di campo, del raccordo sul movimento, delle convenzioni vettoriali: infrangere la prospettiva, la direzione, la continuità, le direttrici, le funzioni, i rapporti tra i corpi in gioco, la percezione dello spazio-tempo.
Le vie di fuga sono chiuse, sbarrate, cementate. L'unica rotta è quella di collisione.

Non puoi sfuggirle (il perenne inseguimento occipitale dei personaggi: dai fratelli Dardenne a László Nemes, passando per Edward Yang), nemmeno in alto mare (“um Filme Falado” di Manoel de Oliveira).

La reiterazione dell'anticipazione di un pericolo ineluttabilmente autoavverantesi (e il film per questo è sottilmente e/o vagamente reazionario). Una vita resa preda eterna (ma corazzata, indistruttibile, perforante, insomma: fmj). Un topolino imbottito di perossido di acetone, macete in una mano e kalashnikov nell'altra, si aggira per l'Europa.

“Europa! Questa è una cosa seria! Pum!”
Non con un "Bang!" strumentale, assoluto e pervasivo, né con un verso sordo di un lamento a spegnersi, ma con tante, minuscole, reiterate, (s)personali(zzate), apocalittiche onomatopee. 

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Alma Terzic e August Wittgenstein reggono bene il peso delle performance richieste loro. E altrettanto dicasi per le controparti Aleksandar Seksan (un Francesco Pannofino in modalità Haneke/Seidl) e Sanin Milavic. Chiudono il cast Ella Jazz (l'epilogo nel futuro ch'è l'oggi) e Diana Fernández Pérez (Ya Hafizu).
Fotografia di Rafael Reparaz. Montaggio di José Manuel Jiménez. Musiche, rimarcabili sia per scrittura/esecuzione sia per l'utilizzo che ne fa il regista, di Yøøt

* * * ¾  

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Danse Macabre (ovvero, qualcosa tipo: "Sì, ok, tanti, troppi morti...ma in fondo è brava gente, e quanta...ehm...buona, ehm, musica in compenso, cambio, contropartita!").

Bosnia (Lei):

Serbia (Loro):
Croazia (Bonus Track):

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