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Bohemian Rhapsody

Regia di Bryan Singer vedi scheda film

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La recensione su Bohemian Rhapsody

di lamettrie
7 stelle

Un buon film, tecnicamente curato, anche se un po' semplice e commerciale. Ma comunque sanguigno, autentico come il suo protagonista. Basta eseguire il compito, in modo artigianalmente corretto, e una biografia viene bene soprattutto per questo motivo: il soggetto è un personaggio eccezionale. Mercury ovviamente lo è stato: quindi il film emoziona oggettivamente, ma non fa altro che sfruttare le capacità uniche di questo artista. Non c'è da aspettarsi originalità dalla produzione di questo film, che comunque non annoia mai nonostante duri tantissimo (quasi due ore e mezza): basta essere fedeli alla realtà nota. Il cantante di origine iraniana ha saputo far divertire e donare vitalità al pubblico come quasi nessun altro nella storia della musica leggera. Ma attenzione: i"grandi", quelli che vanno davvero onorati con la memoria, sono ben altri, sono cioè coloro che hanno lasciato un segno nella ricerca della felicità pubblica, con studi impegnati coraggiosi e/o un'azione politica all'altezza; non sono certo i tanti, che erano e restano un diversivo, ben pagati nei casi migliori. Ciò si dice non dimenticando però quanto importante sia il ruolo della musica nell'accompagnare le emozioni,ovvero il cuore della nostra vita.

La pellicola ovviamente è immancabile per i cultori della band brittannica, di cui fa vedere i tanti aspetti umanamente più interessanti: l'amicizia semplice, i litigi, il lavoro quotidiano nello studio, la tensione dei concerti, che attanaglia anche chi, come loro, ne ha fatti una marea, quasi sempre con successo straordinario.

Il film ha anche il pregio storico di far vedere tante cose della società degli anni '70-80, e anche di quella di sempre. Nel primo caso l'emergere del problema dell'aids, e la conquistata accettazione sociale dell'omosessualità, che non era più obbligatorio nascondere (e personaggi provocatori come Mercury hanno avuto comunque il merito di togliere il velo su questa caratteristica, che non è certo una malattia come a lungo si è sostenuto). Sui secondi, bene vien mostrato il divismo, e soprattutto la malattia mentale cui esso conduce, soprattutto nella dipendenza patologica da stati mentali legati al narcisismo. Inoltre si stigmatizza lo sfruttamento, ingiustificabile, delle notizie private riguardo a persone note, al solo fine di guadagnare denaro pur non sapendo fare nulla, nella squallidissima macchina dei mass media.

Ne viene un affresco psicologico profondo sulle contraddizioni di un artista nel senso classico del termine, e tipicamente contemporaneo: in bilico sull'identità sessuale, con un'intelligenza superiore alla media, sofferente nelle consuetudini tipiche della famiglia, spesso sbagliate. Eccelsa è l'interpretazione di Sami Malek, del tutto all'altezza di un personaggio così difficile coem Mercury.

Probabilmente tutto questo sarà fedele alla realtà che è stata (di cui chi scrive non sa granchè, comunque). Dispiace solo che gli altri componenti del gruppo appaiano quasi solo come comprimari, ma non lo sono: almeno Brian May non è valorizzato come dovrebbe, dato che anche i profani sanno che alla chitarra lui ha significtao tanto quanto Mercury nel proprio campo. E soprattutto si vede la musica che si è spenta negli anni '80: i Queen pretendevano di esibirsi dal vivo, non in playback, tanto era il loro virtuosismo. Questo è un segnale utile ai tantissimi giovani che non capiscono come la musica leggera si sia spenta trent'anni fa, quando ancora c'erano gli autori e gli esecutori degni di tal nome

 

 

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