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Bohemian Rhapsody

Regia di Bryan Singer vedi scheda film

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Gangs 87

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La recensione su Bohemian Rhapsody

di Gangs 87
7 stelle

E’ impossibile elevare ciò che è già leggenda ed ogni film che, nel tempo, si è preso l’incarico di riesumare artisti e storie passate nel tempo, è riuscito solo a creare una sorta di omaggio, portandosi dietro critiche e commenti spesso negativi.

 

Ma cos’è esattamente Bohemian Rapsody? E no, non parlo della famosissima canzone dei Queen ma della pellicola di Bryan Singer che sembra volersi prendere l’onerosa briga di raccontare la genesi di uno dei gruppi più imponenti e amati della musica mondiale. E sapendo che sta’ scalando i botteghini mondiali ci sembra che sia riuscita nell’intento di incuriosire gli spettatori e … forse … anche di intrattenerli nel giusto modo.

 

E’ una biografia? Non direi. Pur possedendo tutti i tratti noiosi, spesso petulanti di una descrizione (solo in parte veritiera) della storia del gruppo e in particolar modo del suo leader, si limita a raccontare in modo sommario il loro incontro e la nascita di alcuni dei loro brani più famosi, fino al successo inaspettato quanto discusso. Laddove a prevalere è la musica, con le loro canzoni che ci vengono suonate continuamente nelle orecchie, che non possono fare altro che ascoltare, apprezzare e ringraziare.

 

Allora, direte, è un musical ... Assolutamente no! Per quanto sia costantemente intervallato dall’esecuzione di una canzone, non rientra affatto nel genere. Non solo non possiede l’impostazione teatrale ma nemmeno da azioni danzanti di gruppo o singole si intervallano nel racconto, e meno male direi.

 

Sembra invece il giusto connubio tra le due parti. Anche se il meglio viene fuori proprio quando è la musica a farla da padrona. Nelle occasioni in cui le immagini vengono accompagnate dalle conosciute canzoni del gruppo, l’interazione del pubblico è completa. Mentre, nelle scene in cui è il racconto a prevalere, l’attenzione dello spettatore si abbassa vertiginosamente, sinonimo di un evidente lacuna della sceneggiatura, capace di raccontare ma non di intrattenere, a causa di dialoghi sporadici quanto non efficaci.

 

Rami Malek merita quantomeno una candidatura ai prossimi Oscar. Non si permette di interpretare Freddy Mercury, lui stesso sa che sarebbe impossibile eguagliare il carisma di uno degli artisti più amati e osannati di sempre, anche dopo anni dalla sua precoce morte. Malek finisce per impersonarlo, dai gesti alla camminata, fino agli sguardi. In modo sommesso, senza la minima sbavatura, quasi silenziosamente. Non si beffa delle sue manie o dei suoi vizi, si cala nel personaggio e con tutto il rispetto che merita, in qualche modo, lo avvolge in un aura quasi mistica che finisce per renderlo (se possibile) quasi un essere mitologico.

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