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L'occhio del maligno

Regia di Claude Chabrol vedi scheda film

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La recensione su L'occhio del maligno

di alan smithee
8 stelle

VENEZIA 74 - CLASSICI RESTAURATI

“Tout m’est égal”…. ovvero l’indifferenza che coglie l’individuo che ormai ha perso la sua più valida ragione di vita.

E come nel più classico degli intrighi sentimentali, è una figura di donna che divide, turba, crea contrasti, rivalità, e porta ad agire d’istinto e al delitto.

Un giovane giornalista francese viene inviato dal proprio giornale in Germania per un reportage sulla vita ed i costumi in quel paese.

Spiazzato dalla grave circostanza di non conoscere una parola di tedesco, l’uomo vaga per il circondario senza riuscire a comprendere o cogliere nulla che possa indurlo ad iniziare il suo pezzo.

Ma un giorno, per caso, in un negozio, si imbatte in una bella donna francese, che ha sposato un tedesco e vive con lui in una bella villa con parco.

L’uomo viene accolto in famiglia con così tanta cordialità, da venir spesso coinvolto in gite o altri impegni del w.e. che impegnano la coppia. Quell’apparente insolito idillio a tre tuttavia nasconde - per la coppia ma non per noi spettatori, beneficiati dal racconto dell’io narrante del protagonista Albin – una cocente frustrazione da parte del giornalista, innamorato perso della seducente sua conterranea.

Quando poi Albin riceverà proprio un rifiuto secco da Hélène in occasione di uno dei molti momenti di intimità a due resi possibili dall’assenza del marito, in viaggio d’affari, e scoprendo che la donna ha in realtà già un suo amante fisso e ricorrente, l’astio dell’uomo, ormai fuori controllo, lo spinge a rivelare tutto al marito, documentandone le circostanze. Finirà nel peggiore dei modi: ognuno avrà perso ciò a cui più teneva e il senso della sconfitta sarà devastante, ben oltre la condanna che cadrà sui colpevoli.

Claude Chabrol è un maestro a raccontare, con un sapiente tocco di sano cinismo e il ricorso ad atmosfere noir molto pertinenti, rese ancor più efficaci da un lucido e tagliente bianco e nero, le pulsioni incontrollate che colgono una borghesia apparentemente tranquilla e realizzata.

Il complotto, l’intrigo, sono resi più vivi, realistici e taglienti dalla costruzione di caratteri e sfaccettature molto divergenti, che spianano intese e complicità allo stesso modo in cui tracciano repentine ostilità che invogliano a reazioni fuori da ogni controllo.

E se Stéphane Audran è stata una musa impeccabile per il grande regista, e in questa sede si conferma tale, è in realtà sulla prova e sulla figura attoriale di Jacques Charrier che mi piace soffermarmi: classe 1933, bello e dai tratti nobili, è stato un attore di teatro più che di cinema, ma ha avuto modo di lavorare, tra i ’50 e i ’60, con registi del calibro di Godard, Cayatte, Deville e pure il nostro Montaldo. Noto ancor di più per essere stato uno dei mariti di Brigitte Bardot (dall’unione i due ebbero anche un figlio), Charrier ha poi optato per l’arte, abbandonando negli ’80 definitivamente il cinema. La sua prova è davvero magistrale, l’ambiguità che emerge dai tratti del personaggio a cui dà vita, vale da sola il film e affossa certe incongruità di sceneggiature, come la circostanza di essere un inviato di una testata incaricato di scrivere un articolo di costume, senza nemmeno conoscere la lingua del paese.

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