Trama

Quella di Lazzaro, un contadino che non ha ancora vent'anni ed è talmente buono da sembrare stupido, e Tancredi, giovane come lui, ma viziato dalla sua immaginazione, è la storia di un'amicizia. Un'amicizia che nasce vera, nel bel mezzo di trame segrete e bugie. Un'amicizia che, luminosa e giovane, è la prima, per Lazzaro. E attraverserà intatta il tempo che passa e le conseguenze dirompenti della fine di un Grande Inganno, portando Lazzaro nella città, enorme e vuota, alla ricerca di Tancredi.

 

Approfondimento

LAZZARO FELICE: TRA FIABA E STORIA

Diretto e sceneggiato da Alice Rohrwacher, Lazzaro felice racconta la storia di Lazzaro, un giovane contadino di eccezionale bontà che vive all'Inviolata, un borgo rimasto lontano dal mondo e su cui regna incontrastata la marchesa Alfonsina de Luna, la regina delle sigarette. La vita dei contadini del posto non è cambiata dopotutto, sono sfruttati e a loro volta approfittano della bontà di Lazzaro che, durante il corso di un'estate, diventa amico di Tancredi, il figlio della marchesa. Tancredi, un giorno, chiede a Lazzaro di aiutarlo a orchestrare il suo stesso rapimento. Tale strana e improbabile alleanza rappresenta una rivelazione per Lazzaro che, grazie a un'amicizia così preziosa, viaggerà nel tempo per ricercare Tancredi. Arrivando per la prima volta nella grande città, Lazzaro sarà come un frammento di un perduto passato nel mondo moderno.

Con la direzione della fotografia di Hélène Louvart, le scenografie di Emita Frigato, i costumi di Loredana Buscemi e le musiche di Piero Crucitti, Lazzaro felice viene così descritto dalla regista in occasione della partecipazione in concorso al Festival di Cannes 2018: "Lazzaro felice è la storia di un'elevazione alla santità senza miracoli, poteri ed effetti speciali, ma semplicemente per il fatto di essere al mondo, di avere fede negli esseri umani e di non pensare male. Il film evoca la bontà come concetto e regola di vita: è un manifesto politico, una fiaba, un canzone, sull'Italia degli ultimi cinquant'anni.

In che epoca siamo? Riuniti in una cucina dal basso soffitto, i contadini si relazionano l'uno con l'altro, ridono, litigano, chiacchierano... Lo spettatore cerca di orientarsi per capire a chi rivolgere la sua attenzione e per individuare chi sarà il vero protagonista del film: una delle due giovani coppie, Mariagrazia e Giuseppe? Antonia, la giovane madre, Catirre che indossa il suo vecchio impermeabile militare o la gallina smarrita che vaga sotto il tavolo? O ancora quel giovane che è lontano, che non sembra morire di fame e che semplicemente felice di vedere gli altri felici? Si, è Lazzaro!

Nell'esplorare il mio paese e la mia epoca, ho spesso incontrato dei "Lazzaro": persone che definirei "coraggiose" ma che il più delle volte non si dedicano a fare del bene perché non sanno cosa significhi. La loro natura li porta spesso a stare nell'ombra e, quando possono, rimangono un passo indietro per fare spazio agli altri, per non disturbare. Sono persone che non possono emergere dalla massa o che piuttosto ignorano che è possibile farlo. Queste persone si prendono cura dei compiti spiacevoli e gravosi che l'umanità si lascia alle spalle, curano tutto ciò che gli altri calpestano inavvertitamente, senza che nessuno se ne accorga.

I libri e i film riservano un posto importante al racconto delle gesta di eroi che si ribellano e combattono contro le ingiustizie, che si trasformano e che si impongono, che vogliono cambiare in mondo. Lazzaro, al contrario, non può cambiare il mondo e la sua santità non può essere riconosciuta. I santi, come li immaginiamo, devono avere forza e carisma, devono prevalere. Tuttavia, non credo che la santità sia sinonimo di carisma. D'altro canto, se un santo apparisse oggi nelle nostre vite moderne, nessuno lo riconoscerebbe e lo si ucciderebbe senza troppi pensieri.

Attraverso le avventure di Lazzaro volevo raccontare nella maniera più leggera possibile, con amore e umorismo, la tragedia che ha devastato il mio paese, il passaggio da un Medioevo materiale a un Medioevo umano: la fine della civiltà contadina, la migrazione verso la periferia delle città di migliaia di persone che non sapevano nulla della modernità, la rinuncia a quel poco che avevano per trovare ancora meno e la descrizione di un mondo di fattorie polverose che si trasformano in fattorie innovative, brillanti e attraenti. Senza saperlo, Lazzaro viaggia nel tempo e interroga le immagini del presente come un enigma, con i suoi gentili e spalancati. Perché viaggiare nel tempo? Piegare le pagine della storia e guardare, l'uno di fianco all'altro, tempi così contraddittori eppure così simili: è un desiderio che ho sempre avuto... scuotere il libro e rimescolare le corte è qualcosa che il cinema consente. La mia storia si basa su un fatto reale che mi ha colpito, sulla storia di una marchesa che, approfittando dell'isolamento di alcune suo proprietà, aveva nascosto ai suoi contadini l'abolizione della mezzadria. Quando finalmente nel 1982 tutti gli accordi di mezzadria ancora in vigore sono stati convertiti in contratti di locazione o di lavoro salariato, la marchesa si è comportata come se nulla fosse: in breve, i suoi contadini hanno continuato a vivere per diversi anni in condizioni di semi schiavitù mentre nel resto del paese l'abolizione della mezzadria stava trasformando secoli di sfruttamento in veri e propri contratti tra gente con gli stessi diritti governati dalle leggi di stato, un importante progresso che ha cambiato secoli di soggiogamento in una scelta voluta e negoziabile. La storia dei contadini arrivati in ritardo all'incontro con Storia e rimasti esclusi dalla trasformazione ha sempre suscitato in me una tenerezza infinita.

In Lazzaro felice, ancor più che nei miei film precedenti, ho voluto rappresentare la fiaba con tutte le sue incongruenza, i suoi misteri, i suoi straordinari ritorni, i suoi personaggi buoni e quelli cattivi. La fiaba e il suo simbolismo sono da me considerati non come un'astrazione eterea o una promessa di avventure sovrumane e nebulose ma piuttosto come il legame tra la realtà e un altro aspetto dell'essere. È dalla vita che nascono i simboli, in maniera così profonda e dettagliata da farli diventare la vita di tutto, la vita di un paese, dell'Italia nella sua trasformazione. La storia è sempre la stessa: è la storia della rinascita, della fenice, dell'innocenza che ritorna a farci visita e a sconvolgerci contro ogni previsione. I personaggi, così come gli eventi e i luoghi, sono fatati ma anche reali nel senso più duro del termine. Da un lato, abbiamo una campagna isolata e separata dal resto del mondo da un vecchio ponte crollato. Il posto si chiama Inviolata ed è l'ultima roccaforte della regina delle sigarette, la marchesa Alfonsina De Luna che, ogni estate, va nella sua proprietà dopo una rocambolesca attraversata del fiume per rivivere gli antichi splendori. Dall'altro lato, invece, c'è la grande città, un altrove in cui il tempo è passato alla velocità della luce, dove la lotta non è tra un gruppo di persone che si rivoltano contro il padrone ma è tra poveri contro poveri. Una distesa di case dove quelli che possono, come bestie, si barricano. Un posto dove gli anziani contadini non hanno voglia di raccogliere la cicoria che continua a crescere preferendo mangiare patatine. Dopo aver lavorato tanto ed essere stati sfruttati, come dar loro torto? Tutto sommato, la "malattia della campagna", il rifiuto della terra è qualcosa di cui sono stati vittime e di cui altri sono responsabili".

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Il cast

A dirigere Lazzaro felice è Alice Rohrwacher, regista e sceneggiatrice italiana. Nata a Fiesole il 29 dicembre 1980, la Rohrwacher si diploma a Orvieto prima di iniziare a frequentare diverse scuole internazionali (la scuola Holden a Torino, la Videoteca Munucipal di Lisbona e l'Università di Torino, dove si laurea… Vedi tutto

Commenti (1) vedi tutti

  • Adottando un approccio fiabesco a realtà dure e concrete come lo sfruttamento, la povertà e l'alienazione urbana, Alice Rohrwacher racconta una favola antica e moderna con sguardo gentile e delicato, come quello del suo ingenuo e stralunato protagonista. Un approccio che funziona bene a tratti, a tratti lascia perplessi e spaesati.

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port cros di port cros
6 stelle

71° FESTIVAL DEL CINEMA DI CANNES (2018)   Alice Rohrwacher torna ad immergersi nelle ambientazioni agresti e bucoliche che le sono evidentemente congeniali e che già avevano fatto da sfondo ai suoi precedenti film. Infatti la prima parte della vicenda si svolge in un Lazio rurale, un isolato villaggio contadino significativamente chiamato Inviolata, i cui abitanti… leggi tutto

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