Espandi menu
cerca
L'ultimo spettacolo

Regia di Peter Bogdanovich vedi scheda film

Recensioni

L'autore

Antisistema

Antisistema

Iscritto dal 22 dicembre 2017 Vai al suo profilo
  • Seguaci 42
  • Post -
  • Recensioni 524
  • Playlist 2
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

La recensione su L'ultimo spettacolo

di Antisistema
10 stelle

Per opere d'arte di incommensurabile bellezza come L' Ultimo Spettacolo (1971), dovrebbe essere inventata la sesta stellina. Peter Bogdanovich da metà anni 50' bazzica come attore e critico nel mondo del cinema, ha già un paio di regie all'attivo e tre libri scritti su Ford, Lang e Welles quando dopo aver letto un libro che narrava di adolescenti in un piccolo paesino della provincia americana, capisce che può trarre da esso un film in piena sintonia con la sua poetica ed il suo cinema. Bogdanovich non si affida a volti noti tra gli attori, avvalendosi di metodi di casting piuttosto discutibili (Cybill Shepherd scelta dopo una sfogliata ad una rivista di moda), giovani volti che saranno futuri grandi attori (Jeff Bridges) e vecchi attori scelti per ciò che rappresentano cinematograficamente (Ben Johnson). Nonostante questo, il regista portatore di una poetica estremamente personale, darà vita al più grande coming of age di tutti i tempi, nonché ad un capolavoro immortale della settima arte.

 

Ben Johnson, Sam Bottoms, Timothy Bottoms

L'ultimo spettacolo (1971): Ben Johnson, Sam Bottoms, Timothy Bottoms

 

Il film è ambientato ad inizio degli anni 50' ad Anarene, paesino della provincia del Texas, dove il regista adotta un approccio corale nella narrazione scegliendo di focalizzarsi su tre adolescenti; Sonny (Timothy Bottoms), Duane (Jeff Bridges) e la ragazza di quest'ultimo; Jacy (Cybil Shepperd), amici da lungo tempo e di differenti estrazione sociale (proletari i ragazzi, alto-borghese la ragazza), stufi di una routine che non cambia mai ed insofferenti verso le apparenti costrizioni socio-morali.

Peter Bogdanovich imbastisce il ritratto di un paesino di provincia americana, sferzato da un vento incessante, inquadrato in un bianco e nero di disperazione Tarriana, che trova la sua origine sicuramente in Furore di John Ford (1940). Il vento lungi dal rappresentare un cambiamento, è un simbolo di un elemento della natura, raffigurante il tempo che inesorabilmente cambia le cose riprendendo lo spazio occupato dall'uomo.

Il cinema gestito da Sam il Leone (Ben Johnson), insieme ad un bar e una tavola calda, rappresentano gli unici luoghi di aggregazione sociale per i giovani ragazzi del paese; gli ultimi baluardi contro un vento ed un tempo che avanza sempre più minaccioso nel voler spazzare via un'epoca. Bogdanovich, a differenza di altri fallimentari prodotti retromani odierni che idolatrano i sopravvalutati anni 80' e sono piuttosto razzisti nel voler esaltare ottusamente il passato a scapito del presente, evita questa pericolosa trappola con un'interessante operazione concettuale. La nostalgia verso il passato, reivocata tramite i ricordi di personaggi adulti come Sam o Louis Farrow (Ellen Burstyn), cozza pesantemente con la mediocrità piccolo borghese del loro presente, fatto di una lotta impari contro lo scorrere del tempo da parte del primo e di piccoli tradimenti verso un marito assente e noioso per la seconda; in sostanza il passato è reso mitico dai ricordi, non certo dalla realtà dei fatti (essendo i nostri protagonisti dei 40enni-50enni, dubito abbiano vissuto una bella adolescenza essendo cresciuti durante la grande depressione), perché l'essere umano è mediocre ed in quanto tale, ha bisogno di creare un passato mitico per sfuggire ad un presente squallido e fallimentare.

 

Timothy Bottoms, Cloris Leachman

L'ultimo spettacolo (1971): Timothy Bottoms, Cloris Leachman

 

Il discorso di Bogdanovich è da estendersi anche al cinema di una volta, quando ad inizio film i nostri ragazzi assistono alla proiezione del film Il Padre della Sposa (1950), una commedia romantica che come tante altre è portatrice di un messaggio di conformismo borghese dei suoi protagonisti trovano la loro felicità nell'istituto del matrimonio; la pellicola cozza pesantemente contro l'indole dei giovani che sono insofferenti a tale cappa di ipocrita moralismo ed in realtà sfruttano il buio della sala per appartarsi e cuccare con la propria partner... una cosa che la giovane protagonista del film di Minnelli non si sarebbe mai sognata di fare. In ciò sta la grandezza del regista; la sua ammirazione per il cinema classico è forte, ma la ripresa di esso è sempre riletta in chiave fortemente critica.

Finché c'è Sam a vigilare come una sorta di sceriffo fordiano il piccolo paese (e Billy il classico scemo del villaggio), c'è una possibilità di far sopravvivere i vecchi valori. L'uomo è un padre "spirituale" per Sonny e Duane, e al contempo una memoria storica della città; venuto meno lui, il paesino è destinato ad essere spazzato via dal corso del tempo in breve tempo; ed il cinema che è vita a 24 fotogrammi per secondo, è destinato a soccombere e chiudere dopo aver proiettato per l'ultima volta Il Fiume Rosso di Hawks (1948), diventando nel finale un edificio spettrale testimone di un'epoca oramai tramontata del tutto, poiché un nuovo orizzonte di prospettiva è del tutto precluso nel mondo reale rispetto alla finzione cinematografica.

 

Cybill Shepherd, Timothy Bottoms

L'ultimo spettacolo (1971): Cybill Shepherd, Timothy Bottoms

 

I giovani sono in aperto contrasto con i genitori (Sonny non vive neanche con suo padre alcolizzato) e l'ipocrita morale dei padri che contestano apertamente, anche se le loro trasgressioni sono altrettanto triste. La provincia americana è un luogo tetro e meschino, dove più o meno tutti vivono pigre relazioni sessuali inconcludenti. Il sesso da felicità e libertà contestataria è diventato un atto meccanico per uccidere la noia. Jacy vuole fare tanto la trasgressiva, ma alla fine ogni gesto contestatario e libertino risulta istituzionalizzato in un'ottica meccanicistica borghese; la festa nudista in piscina e la volontà di Jacy di perdere velocemente la verginità, è dettato da un bisogno di accettazione da parte della ragazza e quindi la volontà di omologarsi in un sistema tramite un atto "trasgressivo", finisce per svuotare esso di ogni significato. Senza alcun punto di riferimento, l'unica speranza per i giovani è rifugiarsi in relazione senza futuro come il legame caustico tra Sonny e la moglie del coach (Cloris Leachman) o abbandonare il paese per trasferirsi altrove.

Il finale riprende circolarmente l'inquadratura iniziale in senso però inverso; se inizialmente c'era la lotta per una sopravvivenza sempre più faticosa, il finale con l'inquadratura sull'edificio del cinema mette la pietra tombale su un mondo oramai cessato del tutto di esistere. Il vento e lo scorrere del tempo hanno oramai trionfato su tutto e non ha lasciato altro dietro di sé che un 

pessimismo cosmico derivato dall'immagine finale, consegnado il frame finale all'immortalita' del cinema, con la consapevolezza che nulla sarà mai più come prima.

 

Cybill Shepherd

L'ultimo spettacolo (1971): Cybill Shepherd

 

Bogdanovich con i suoi longtake riempie l'inquadratura e gli spazi del paese, facenfoci assaporare ogni dettaglio del luogo. Con l'ausilio di pochissime inquadrature il regista caratterizza i molti personaggi del film più di mille ed inutili parole, grazie ad bianco e nero che ha pochi eguali, capace di ritrarre una realtà caustica e deprimenti, che Peter Bogdanovich sfrutta per raggiungere una sintesi espressiva immediata, come quando con un solo movimento di macchina subito mette in scena in modo chiaro un rapporto affettivo oramai inesistente tra Louis Farrow e suo marito, capo di una compagnia petrolifera. Il regista ci regala anche dei ritratti più freschi e meno cinici, come quando con sole 3-4 inquadrature riprende Sonny, Duane e Jacy (una Cybill Sheperd illegale per come la macchina da presa cattura la sua bellezza fresca) che scorrazzano in macchina e cantano l'inno della loro scuola a squarciagola, percorrendo una strada che in quel momento ha un significato di un orizzonte facilmente raggiungibile.

Costato poco più di un milione, la pellicola ottenne un incasso di 29 milioni e un grande successo di critica, tanto da venir subito salutato come un capolavoro. Il film ebbe otto nomination agli oscar tra cui miglior film, regia e virie candidaturale per gli attori e le attrici non protagoniste, con vittorie solo per Ben Johnson e Cloris Leachman; un peccato che la miope academy gli abbia preferito Il Braccio Violento della Legge di William Friedkin (1971), quando L'Ultimo Spettacolo si sarebbe meritato di giocare la vittoria contro Arancia Meccanica di Stanley Kubrick. Il film ebbe come merito di lanciare non solo una generazione di nuovi attori (Jeff Bridges, Ellen Burstyn e Cybill Sheperd; i primi due nominati agli oscar), ma anche un critico-regista un po' incerto sulla strada da intraprendere, e che grazie al consenso generale intorno a questo film, scelse la vocazione della regia regalandoci così numerosi bei film. L'Ultimo Spettacolo è un capolavoro negletto e forse non del tutto compreso nella sua potenza cinematografica qui in Italia da parte della critica (Mereghetti si ostina a dargli ancora 3.5 stelle); non è un film dalla fruizione facile, ma se si riesce a penetrare nel profondo, si aprirà un vasto mondo inesplorato.

 

Timothy Bottoms, Jeff Bridges

L'ultimo spettacolo (1971): Timothy Bottoms, Jeff Bridges

 

 

Film aggiunto alla playlist dei capolavori : //www.filmtv.it/playlist/703149/capolavori-di-una-vita-al-cinema-tracce-per-una-cineteca-for/#rfr:user-96297

 

Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati