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Il verdetto

Regia di Richard Eyre vedi scheda film

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La recensione su Il verdetto

di maurri 63
4 stelle

Breve odissea di una donna per cui le convinzioni e il proprio lavoro vengono prima di ogni cosa, amore compreso. Inutile e fatiscente dramma da camera.

Seppur molti hanno saputo trasformare un piccolo testo in un grande film, sono pochi quelli possono vantare il merito di trasformare un grande script in un filmetto.

 

Ian Mc Ewan non è uno scrittore fortunato cinematograficamente parlando: le sue opere, a parte "Il giardino di cemento"(Andrew Birkin, 1993), infatti, scontentano spesso i suoi lettori. Non fa eccezione questo "Il verdetto", improbabile titolo italiano per una pellicola tratta dal romanzo "La ballata di Adam Henry", troppo indulgentemente salutata dai critici come un dilemma "etico che sa dividere razionalità e cuore della protagonista", quando invece non mostra né l'uno né l'altro con dovizia di particolari.

Non giova al film il carico di silenzio che il regista - il 75nne Richard Eyre, scelto esclusivamente per l'amicizia col celebre scrittore, molto meno per i meriti su grande schermo, e la cui ultima fatica era un deludente giallo con Antonio Banderas e Liam Neeson, "L'ombra del sospetto", di una decina d'anni orsono e finito nell'oblio - impone alla storia, come se da queste pause lo spettatore dovesse trarre una serie di considerazioni prima della svolta finale; soprattutto non giova l'indecisione tra il caratteristico "film da tribunale" e "il dramma intimistico", tenuto conto che spesso uno dei due prevale sull'altro senza imprimere mai una vera svolta alla narrazione.

Nei 105 minuti di visione, seguiamo il tormento di un giudice londinese, Fiona Maye (Emma Thompson, che dà l'acqua della vita ad una materia altrimenti inerte, anche se spesso s'impantana nei meandri del vuoto, con una fissità oculare che non dice nulla, buona solo a fare minutaggio), considerata integerrima e molto stimata nel constatare come una sua decisione - imporre una trasfusione ad un minorenne figlio di Testimoni di Geovah, che rifiuta le cure in nome della sua professione di fede - porta a delle conseguenze inimmaginabili sul piano personale. Perché il giovane le si presenta in seguito, guarito, a chiederle il conto di quanto accaduto. E mentre la sua vita va a pezzi - il rapporto con il marito (l'ottimo Stanley Tucci, di cui nulla è dato sapere) si sta sgretolando per la sua dedizione eccessiva al lavoro - tra il concerto per l'Alta Corte (Fiona suona il pianoforte in maniera eccellente) e lo struggente, imprevedibile nuovo sentimento, a metà strada tra una maternità mai vissuta e le note di un dolente rapporto adolescenziale, la sua stessa esistenza sarà messa in discussione.

Troppi i personaggi poco utili - i genitori di Adam (Fionne Whitehead), interpretati da Ben Chaplin e Eileen Walsh, sono solo macchiette - , nessun esterno importante, poca consistenza delle figure di contorno, come il mite cancelliere (Jason Watkins) che segue il giudice passo passo, prendendosi cura della sua toga in modo maniacale e cercando di preservarne il bisogno di tempo e silenzio per dedicarsi allo studio dei casi da affrontare, rendono il film poco meno di un esercizio di stile, probabilmente anche perché la presenza dello stesso scrittore in sceneggiatura impone un punto di vista unico - quasi tutto il film è svolto in presenza della protagonista, o nelle sue vicinanze, nessuna scena si priva della sua presenza - che invece di venire filmato freddamente, impone una partecipazione dello spettatore alle vicende senza potrsi fare un'idea dell'extratesto. Il polso del regista, peraltro, indugia sugli spazi, troppo sontuosi e ricercati, piuttosto che sui visi, sulle espressioni e sulle mani degli interpreti ma non ha il coraggio di affermare la propria visione. Il dilemma etico, così, si perde in circostanze da chiacchiera che finiscono per appassionare solo chi è superficialmente attratto da un cinema mainstream e non di scendere nelle viscere che squarciano chi quella decisione (vivere o morire ) deve adottare, rendendo alla fine poco coerente un personaggio che della coerenza dovrebbe fare il suo credo.

Un'occasione mancata.

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