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L'uomo che uccise Don Chisciotte

Regia di Terry Gilliam vedi scheda film

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La recensione su L'uomo che uccise Don Chisciotte

di Malpaso
8 stelle

Se l’opera originale ai suoi tempi si pose anzitutto come parodia del successo del genere cavalleresco, Terry Gilliam ne sviluppa l’ormai superata critica per arrivare a realizzare un proprio elogio della follia. L’uomo che uccise Don Chisciotte vive di momenti di puro cinema dell’assurdo.

Svariati tentativi produttivi lungo l’arco di circa due decenni: tanto ci è voluto all’ex componente dei Monty Python per realizzare L’uomo che uccise Don Chisciotte, personale omaggio e rilettura contemporanea del romanzo di Cervantes. Una lunga gestazione che, col senno di poi, ha garantito al film di maturare nella mente dell’autore e, come il miglior vino, finalmente farsi apprezzare al suo meglio dal pubblico.

 

Se l’opera originale ai suoi tempi si pose anzitutto come parodia del successo del genere cavalleresco, Terry Gilliam ne sviluppa l’ormai superata critica per arrivare a realizzare un proprio elogio della follia: nel rappresentare le disavventure del suo Don Chisciotte contemporaneo, l’ovvia accentuazione sulla natura già di per sé anacronistica del personaggio non può che evidenziarne la tenerezza nell’ingenuità, portando così il pubblico a sostenerlo, quindi compatirlo; ovviamente non si tratta di una trasposizione idillica, visto il tono crepuscolare della pellicola e l’evidente amarezza insita nell’impossibilità di aiutare il personaggio, ma è altrettanto accentuata l’attenzione del regista per il Chisciotte come emblema della mente libera dal conformismo, libera d’immaginare l’impossibile, l’inattuabile. Così, mentre L’uomo che uccise Don Chisciotte adotta coerentemente una narrazione in cui reale ed onirico si compenetrano sempre più, Sancho non può che essere individuato nell’artista, o meglio il regista pubblicitario che, dando la parte del cavaliere errante ad un calzolaio preso dalla strada, quindi seguendo un modus operandi neorealista (ironia voluta?), ha creato un “mostro” che, a conti fatti, gli aprirà le porte per un mondo fantastico, dove l’oggettività crolla di pari passo con l’estetica dell’opera stessa, grazie all’abilità di Gilliam, il quale, negando allo spettatore punti di riferimento precisi, mischia farsa e verità in un trionfo visivo e concettuale di relativismo cinematografico.

 

L’uomo che uccise Don Chisciotte vive di momenti di puro cinema dell’assurdo, sorretto dal grande senso per la messinscena tragicomica dell’autore e delle ottime prove dei due protagonisti, i quali dimostrano un’ottima conoscenza del tempo e del registro comici; Jonathan Pryce, palesemente divertito dalla parte, riesce a commuovere con la stessa apparente semplicità con cui fa ridere il pubblico per buona parte dello spettacolo. Se aggiungiamo la colonna sonora memorabile di Roque Baños, c’è davvero poco o nulla da criticare a quest’opera divertente e diretta con sicurezza ed esperienza.

 

Terry Gilliam si conferma un grande autore grazie alla sua capacità di far convivere una struttura narrativa comica e al limite del demenziale con un messaggio non banale e neanche subordinato sulla necessità esistenziale dell’Arte: il tratteggiamento del protagonista e la sua eroicizzazione finale esaltano la lotta dell’uomo folle contro tutti, la stessa che Gilliam ha intrattenuto con produttori e burocrati per portare la sua creatura alla luce (fatto che peraltro egli rimarca nei titoli di testa). Così L’uomo che uccise Don Chisciotte si rivela come un lavoro quasi autoreferenziale, un ironico disvelamento mentale e una richiesta di comprensione.

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