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Napoli velata

Regia di Ferzan Özpetek vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Napoli velata

di alan smithee
4 stelle

Un Ozpetek inedito si spinge nei territori del thriller psicologico dei grandi maestri,senza tuttavia rinunciare a inutili orpelli folkloristici di una corte pomposa e fuori luogo,ben più consona nelle opere del passato.Perdendo di vista la necessità di arrivare ad un dispiegamento dei fatti se non plausibile,almeno non così sussurrato o deduttivo.

Nella Napoli-bene dei circoli culturali, dei mercanti d’arte e dei relativi cultori, una anatomopatologa quarantenne di nome Adriana, invitata ad una festa con spettacolo folkloristico incluso a casa della zia, conosce il giovane misterioso Andrea, attraente e più giovane di lei, col quale trascorre una infuocata notte di passione nel suo domicilio.

Il giorno dopo, pur formalmente di riposo, la donna viene chiamata a sostituire un collega e, quando davanti al tavolo dell’obitorio scopre che il corpo martoriato che deve esaminare è proprio quello del suo amante occasionale, non presentatosi poco prima al secondo appuntamento previsto tra i due presso il museo archeologico della città, le crolla tutto il mondo addosso, facendo ripiombare la donna nelle incertezze oscure condizionate anche da un passato familiare oscuro e mai veramente chiarito nelle responsabilità, a causa del quale la donna si ritrovò orfana all’età ancora bambina.

Una visione insistita di un gemello della vittima, che subdolamente si insinua nell’esistenza della donna e come un tarlo la consuma istigandole dubbi sulla propria lucidità mentale, e dall’altro lato la presenza, di fatto gradita e rassicurante, ma anche ingombrante, di un premuroso agente di polizia - infatuato senza reticenze dell’affascinante medico - si alterneranno a sconvolgere ulteriormente la vita della protagonista, fino al dispiegamento di una verità più sussurrata che realmente svelata, o solo fatta intuire dalle circostanze.

Il ritorno “in patria” (si fa per dire) del celebre e spesso apprezzato regista turco Ferzan Ozpetek, corrisponde con un cambiamento di rotta dal punto di vista narrativo (anche se già il precedente e deludentissimo Rosso Istanbul costituiva un percorso nuovo da parte di un autore tornato a girare nel paese natio); una svolta nel giallo, in questo ultimo caso che ci occupa, da parte di un autore che, rifugiandosi questa volta nei meandri della tradizione e dei misteri partenopei, da sempre punta molto sull’aspetto coreografico e sulla fluidità di una regia dai movimenti eleganti e sinuosi, che pure qui non mancano e riescono spesso a risultare accattivanti.

Peccato, per Ozpetek e per il suo pur ambizioso ultimo film, che esista da oltre un quarantennio il lavoro mirabile di Brian de Palma, e che certe ellissi addentro a splendidi androni di palazzi d’epoca rimangano solo e al massimo inevitabilmente un suggestivo ricordo-citazione del grande maestro italo-americano. Citazioni del maestro che non si riducono a questo, ma continuano nella esaltazione di un doppio personaggio che da sempre è la vera, appassionante ossessione del cineasta di cui sopra.

Un doppio che ritorna anche nella scena iniziale ove una audace ed appassionata Giovanna Mezzogiorno (le scene di sesso con Borghi dopo il primo quarto d'ora, per quanto un pò plastiche, osano più del prevedibile) appare in un ruolo che impareremo a decifrare nel prosieguo della concitata, morbosa vicenda.

L’intrigo, il mistero, tuttavia non può proprio rivelarsi riuscito ed il film, che assembla un’accozzaglia di personaggi minori interpretati spesso pure da attori celebri, se non illustri e di fatto – pur bravi – certamente sottoutilizzati (Anna Bonaiuto, per quanto brava, non può che far rimpiangere il suo ruolo nello splendido noir L’amore molesto di Martone; il personaggio di Catena, ben reso dalla brava Luisa Ranieri, appare buttato li per puro caso, senza un vero costrutto, così come accade ad un altro personaggio, di fatto decisamente più importante nella vicenda, che è quello dell’agente innamorato, interpretato da Biagio Forestieri, costruito in fretta e furia e messo un po’ li a caso assieme alle sue problematiche di ragazzo-padre piuttosto inutili alla visione d’insieme) si dipana tra siparietti ove la trama si inzacchera dei manierismi spesso cari al regista, che vedono coinvolte frotte di megere sopra le righe riprese dietro a sfondi delle solite terrazze con vista su ogni amenità paesaggistica possibile (o impossibile), oltre la consueta corte di ragazzotti baldi e ben messi a supporto di una cornice che diviene troppo fondamentale e preponderante rispetto alla storia - di fatto relegata sottotono e sviluppata in modo approssimativo e davvero poco convincente.

Non ci basta (più) che tutto quadri alla fine, che le supposizioni o i sottintesi fumosi riescano a colmare i misteri di una vicenda che sin troppo facilmente si imbratta delle psicosi e dei traumi infantili subiti dalla protagonista ai tempi della propria infanzia.

Rimane più che altro l’Ozpetek esteta, che incede sul corpo spesso nudo di un Alessandro Borghi servito e riverito come un principino, adorato e ammaliato da riprese ardite e seducenti, in cui il regista estasiato “se lo stira e se lo ammira” con fare estatico: nulla di male in fondo, ma l’intrigo alla base di tutta la vicenda, i malesseri di fondo che hanno generato i due delitti attorno alla protagonista, meritavano uno sviluppo più compiuto e meno sussurrato o deduttivo: qui per la ricerca del responsabile non resta che procedere, come in molti film (anche quelli riusciti) di Argento, procedendo ad esclusione tra i vari personaggi in qualche modo coinvolti in quella bozza un po’ superficiale di intrigo annacquato da troppa ostentata rappresentazione folkloristica locale.

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