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La forma dell'acqua

Regia di Guillermo Del Toro vedi scheda film

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La recensione su La forma dell'acqua

di Gangs 87
8 stelle

Ci sono film che si metabolizzano dopo. Si assimila ogni concetto, ogni scena, e si custodisce tutto come un tesoro inestimabile racchiuso in un forziere, da aprire al momento opportuno per constatare qual è il valore effettivo del contenuto. E’ stato un po’ così la visione dell’ultimo osannatissimo film di Guillermo Del Toro. Ho dovuto lasciare che si diffondesse nel mio essere prima di poterne scrivere. Vuoi perché forse non mi ha conquistato quanto immaginassi, vuoi anche per riuscire a darne il giusto valore, nei limiti del possibile senza lasciarmi condizionare dall’apprezzamento personale che ho per il regista messicano.

 

Soffermiamo ad analizzare il titolo: mai come questa volta correttamente tradotto in italiano, che da The Shape of Water diventa appunto La forma dell’acqua, è facile denotare quanto esso sia armonioso e poetico; non avendo forma l’acqua consente alla nostra mente di vagare alla ricerca di un’immagine che finisce per essere sempre e soltanto un’enorme distesa d’acqua indefinibile. Indefinibile come l’amore che unisce in modo inspiegabile, esseri di forme e specie diverse, attratti da una forza incontrollabile capace di superare anche l’ostacolo più impensabile.

 

Pur essendo circondati dall’amore travolgente, non è il rosso il colore che ci avvolge ma il verde. Verde ovunque. È la sensazione è quella di stare in apnea, proprio come il mostro squamato dai grandi occhi, laddove l’intenzione del regista è quella di mettere lo spettatore in una posizione scomoda, facendolo sentire fuori luogo, vittima anch’egli di un sistema incapace di accettare il diverso; creando un mondo in cui il normale non sussiste.

 

E se la collocazione storica, è sempre il punto forte delle pellicole di Del Toro, qui a differenza dell’insuperabile Il labirinto del Fauno, nonostante la tangibile sensazione che l’amore sia ovunque, anche dove non merita di stare, il sentimento non riesce a raggiungere lo spettatore, che resta impassibile davanti al destino che, tanto per essere coerenti (eh caro Guillermo?) è più che funesto.

 

L’esecuzione quindi risulta ben articolata ed è notevole la cura del dettaglio. Nota di merito, come già detto sopra, per la fotografia e per l’ambientazione necessaria a percepire fino in fondo l’ostilità verso la diversità che gli americani perseguivano o piuttosto quanto la Guerra Fredda abbia inasprito i rapporti con la Russia che ancora oggi cercando in parte di sanare. Manca quel “qualcosa in più” che servirebbe allo spettatore per sentirsi parte della storia e non solo testimone; per non permettere alla pellicola di scivolarti addosso ma di entrarti dentro come in passato Del Toro ha saputo fare e che qui ahimè non si riesce a recepire.

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