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La forma dell'acqua

Regia di Guillermo Del Toro vedi scheda film

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La recensione su La forma dell'acqua

di leporello
9 stelle

Della favola che Del Toro gira con tocco morbido, danzando incessantemente con leggiadria intorno al fuoco delle sue inquadrature, colpisce fina da subito (prima ancora che si possa entrare nel cuore della vicenda) una colorimetria curatissima, sofisticata, un lusso di tecnologia “millenium” che si trasforma, insieme ai continui riferimenti al mondo dello spettacolo e alle mode dell’epoca (fantastica la Cadillac color foglia di thè) in semplicità retrò, giusto lo stile di quegli anni ’60.

 

   I frequenti accostamenti di questo “The Shape of the Water” a film/storie divenuti ormai cult come “Il Mostro della Laguna” o “La Bella e la Bestia” li trovo un po’ forzati. Anzitutto, la fragile, silente Elise non vuole affatto essere “bella”; così come poi, il “Sirenetto” di questa occasione non solo non è un mostro (mostri sono casomai il personaggio di Michael Shannon ed i suoi pari/sottoposti/superiori), ma, al contrario, potrebbe essere addirittura un Dio (“Beh, insomma... s’è mangiato un gatto, non so se sia proprio un dio...” - cit. Giles).

 

   Divertendo e commovendo con piglio e delicatezza primordiali (è un uovo, simbolo di “genesi” per eccellenza, il primo elemento a mettere in contatto Elise e la Creatura), Del Toro inscena una tenera storia d’amore, tanto impossibile quanto verissima, disvelando con tempi, modi e ritmi perfetti ogni singolo dettaglio che la giustifichi fin  (forse) su di un favolistico piano “razionale”.

 

         Ed il regista messicano lo fa senza risparmiarsi di porre cura ai dettagli (collaterali quanto intrinseci, come in ogni magistrale sceneggiatura), come la “solitudine corrisposta” di Giles (il vicino di casa ed amico di Elise), il doppiogiochismo del dottor Bob/Dimitri, fino a quel Brewster, marito piccolo piccolo della simpatica Zelda D., collega di Elise, onnipresente nei pettegolezzi di costei e che si presenta allo spettatore in carne ed ossa solo per un attimo, e solo per consentire alla sceneggiatura di compiere la sua ultima, magistrale strambata verso il traguardo di acque lontane.

 

    Dopo il Leone d’Oro vinto all’ultimo Festival di Venezia, mi sento di augurare/vaticinare a/per questo bellissimo film e a tutto il suo cast tecnico e artistico due cose. La prima: un meritatissimo trionfo alla notte degli Oscar prossima ventura (dei suoi competitors: gli ottimi “Dunkirk” e “Darkest Hour” sono troppo europei, “Ladybird” è troppo femminile, di Guadagnino non ne parliamo neppure... Non so nulla di “Get Out”, “Phantom Thread”, “Get Out” e “The Post”, mentre “Three Billboard” potrebbe essere il suo vero rivale”), la seconda: di non diventare mai un cult, un cult che qualcuno, magari, vorrà in futuro accostare alla prossima favola bella, di rimanere semplice e nel momento, non per sempre, così com’è solo per adesso l’istante in cui si schiude un uovo, in cui nasce un amore, e perché, come diceva Lenin: “Il pesce della settimana scorsa non serve a niente” (cit. Bob/Dimitri).

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