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Ava

Regia di Léa Mysius vedi scheda film

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La recensione su Ava

di mck
8 stelle

PassaCalle: Videre Fugit Velut Umbra.

Super Dark Times, o: “Tu, Sanguinosa Infanzia/Adolescenza” (Tetralogia 1) - “Summer of '84” di RKSS, ovvero François Simard e Anouk e Yoann-Karl Whissell (Canada, 2018, op. 2a), “King Jack” di Felix Thompson (U.S.A., 2015, op. 1a), “Kid” di Fien Troch (Belgio, 2012, op. 3a), “Ava” di Léa Mysius (Francia, 2017, op. 1a). 

 


Ava ha 13 anni e ancora non lo sa ma sta passando con la madre e la sorellinastra - i padri latitano, i cantetiani (Vers l'Ouest) gigolò pullulano - la sua ultima estate felice – della_felicità_così_come_fino_ad_allora_l'_ha_conosciuta – sulla Terra, sulle atlantiche sponde di Gironda.

 


E adesso lo sa, in visita oftalmologica di routine: iride a chiudere, diaframma a restringere, la retinite pigmentosa pantografatamente diagnosticata in avanzato stadio d'inesorabile progresso, prima che il cerchio sistematicamente oscuri per sempre il Campo, il Set, il Quadro, il FotoGramma, confinandola nell'oscurità di un buio perenne, di un sempiterno quasi-nulla (ma niente interventi diegetici - per rimanere in età - alla Hardwicke di “ThirTeen”, sul colore, e alla Dolan di “Mommy”, sul formato) irreversibile: principiando dalla visione notturna, e addio alla Luna, alle stelle e alle lucciole, e sconfinando verso il giorno, e addio al Sole, ai volti degli altri e al proprio, inglobando nell'illune tenebra il non più solare esistere tutto.

 


Cani neri, cerberi mono-capo che racchiudono in un precipitante presente di cambiamento un passato irritornabile e un futuro incombente, villosi cupido quadrupedi che da lupi placentati cambiano infraclasse e si travestono da tilacini marsupiali si aggirano sugl'istmi del porto di villeggiatura interlacciando relazioni in forse, in nuce, in sboccio.

 


La coppia di virginea pulzella e blouson noir gipsy, dopo i giochi e l'amore tra caolino e salsedine, si re-incontra rifugiandos'in fuga dalla cavalleria in ciò che resta di uno dei tanti monolitici bunker girondini di calcestruzzo armato del terzoreichiano Vallo Atlantico, insaccati dai bastioni pirenaici all'oltre circolo polare artico: inclinati ruderi di sesquipedaliche casematte ballardiane (ma pure John Milius, Terrence Malick, Michelangelo Antonioni, Franklin J. Shaffner...) riverse al suolo collassate su loro stesse sotto al peso del tempo e della loro indurabilità disarmata: cemento, sabbia, ghiaia, acqua e acciaio aggregati a sfidare gli Alleati che sbarcheranno invece più a nord e che ora evaporata la loro funzione mai messa in opera su quel tratto di costa ritornano ad essere gli elementi fondamentali che li hanno costituiti: polvere.

 


Léa Mysius, già co-sceneggiatrice per Desplechin (“les Fantômes d’Ismaël”) prima e per Téchiné (“l'Adieu à la Nuit / les Ennemies”), Savona (“la Strada dei Samouni”) e ancora Desplechin (“Roubaix: une Lumière”) poi, classe 1989, dopo tre cortometraggi ch'esploravano le stesse zone di growing-up, scrive e dirige il suo debutto nel lungometraggio, “Ava”, abitato, percorso e impersonato da Noée Abita, classe 1998, che con naturale, esordiente immedesimazione inchiostra i giorni in un diario mentre la pece le circonda, confina, invade e riempie il campo visivo.

 


Al fianco di Noée/Ava, Laure Calamy (Maud, la madre), l'unica attrice professionista, e - tutti quanti più o meno semi-esordienti - Juan Cano (Juan, il ragazzo gitano), Tamara Cano (Jessica, la sposa kusturika-gatlifiana, ex amante di Juan), Baptiste Archimbaud (Matthias, l'altro ragazzo di Ava, quello “bene”), Daouda Diakhaté (Tété, l'amante stagionale di una sola estate della madre).

 


Fotografia di Paul Guilhaume (anche collaboratore allo script); montaggio {tra split screen e momenti in cui spesso il sonoro (editato da Alexis Meynet) – tanto diegetico (dopo il prologo: le grida della neonata che dalla casa giungono alla spiaggia) quanto extra-diegetico [“She Ain't a Child No More” a fungere da collegamento, in contrasto con uno stacco netto scorsese/kubrickiano fra due campi sovrapposti, tra la quiete dell'approccio medicamentoso e il “videoclip” in onore di Sharon Jones (& the Dap-Kings) e in odore di “BadLands” giocose] – della scena successiva viene innestato preventivamente sul finire di quella in corso anticipandone l'irruzione} di Pierre Deschamps; musiche originali di Florencia De Concilio e non originali che comprendono, oltre alla canzone già citata, Sabali da “Welcome to Mali” di Amadou & Mariam (Doumbia/Moreau, prod. Damon Albarn) e un noncirestachepiangeresco madrigale (aggettivo, nel senso di presente indicativo: aggettivizzo il sostantivo) momento barocco di musica antiqua, la “Passacaglia della Vita”, attribuita saltuariamente 'na volta sì, 'na volta no a Stefano Landi (1587-1639), nella trasposizione del 2014 di RoseMary Standley e Dom La Nena da "Bird on the Wire" [qui altre 1na, 2ue, 3re versioni, l'ultima una variazione “censurata” (la cesura riguarda il memento mori, finito ritagliato sul pavimento dello studio di registrazione) di Franco Battiato e Manlio Sgalambro da “Apriti Sesamo” del 2012], durante la quale v'è una parvenza di due fullmetaljacketiani momenti di retro...

...proiezione di in-credibile fattura e cortocircuitante turbamento (questa è stata la mia impressione: attendo conferme o smentite).

 

Parafrasando i Basustelle: un film di Rohmer con Catherine Breillat...
Ava”, breve palindromo di andata e ritorno nel corso del cinema di Lucrecia Martel (“la Ciénaga e “la Niña Santa”), Céline Sciamma (“Naissance des Pieuvres”, “TomBoy” e “Bande de Filles”) e Alice Rohrwacher (“Corpo Celeste” e “le Meraviglie”), e ancora: “Lucía y el Sexo” ('01) e “Caótica Ana” ('07) di Julio Medem, “Stella” di Sylvie Verheyde ('08), “un Poison Violent” di Katell Quillevere ('10), “Sud O Este” di Eduardo Nunes ('12), “les Combattants” di Thomas Cailley ('14), “Tu Dors Nicole” di Stéphane Lafleur ('14), Gravedi Julia Ducournau ('16), “American Honey” di Andrea Arnold ('16), “le Parc” di Damien Malivel ('16),Thelma” di Joachim Trier ('17)...

 


Fermo-Immagine.
PassaCalle: Videre Fugit Velut Umbra.
Sorride. Fin(e).

(***¾) * * * *     

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