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La notte ha divorato il mondo

Regia di Dominique Rocher vedi scheda film

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La recensione su La notte ha divorato il mondo

di mck
7 stelle

Il batterista sul tetto, ovvero: passano i mesi, inizia il parkour. Sparita la presenza degli affetti, svanisce il senso del tempo; ci si reinventano gli affetti, e riprende a trascorrere il tempo.

 

 

Prodotto da Carole Scotta (tutto Laurent Cantet, molto Bertrand Bonello, e “les Revenants”, “the Lobster” e “the Young/New Pope”) e sceneggiato dal regista, qui al suo esordio sulla lunga distanza dopo due cortometraggi, con Jérémie Guez (action/thriller) e Guillaume Lemans (molti thriller, action, horror, un Leconte e il recente e coevo, assimilabile per paesaggio, orizzonte e skyline, “Dans la Brume”: e infatti il soggetto è scritto proprio con Dominique Rocher) basandosi sull'omonimo romanzo di Martin Page (con lo pseudonimo e acronimo di Pit Agarmen) del 2012, “la Nuit a Dévoré le Monde” (fotografia: Jordane Chouzenoux, montaggio: Isabelle Manquillet, musiche: David Gubitsch) è la storia di un uomo - Anders Danielsen Lie, protagonista dei primi due film (“Reprise” e “Oslo, 31 Agosto”) del Joachim Trier di “Louder Than Bomb” e “Thelma”, e poi in “Personal Shopper” e “Bergman Island”, con quella faccia da Brievik (“22 July”) è perfetto -, che cade preda un po' troppo facilmente di abbiocchi salvifici e, al contrario, è capacissimo di rompere i coglioni ai vicini di pianerottolo suonando la batteria a qualsiasi ora del giorno, fatto salvo il fatto che qualunque dirimpettaio nel giro di millemila arrondissement si è reso afono (ma veloce) e quindi impossibilitato a lamentarsi, a parte quest'insana voglia/necessità di divorarlo, certo.

 


È difficile, ma non impossibile, dire qualcosa di nuovo sul filone zombie (negli ultimi anni ci sono riusciti George Romero con “Land...” e soprattutto “Diary...” e “Survival of the Dead”, Robin Aubert con “les Affamés” e David Freyne con “the Third Wave”, ad esempio). E infatti qui il regista esordiente Dominique Rocher sceglie di parlarci del tempo, del paesaggio, della musica (“il Pianista” di Roman Polanski, per fare un paragone impossibile e sbagliato) e di un ultimo “nastro” registrato...

 


Completano il cast Golshifteh Farahani (“Paterson”) e la performance (una volta tanto questo termina inflazionato, stra-abusato e destituito di senso assume la valenza che gli compete) pantomimica in surplace di Denis Lavant: quasi tutto Leos Carax, e “Beau Travail”, “un Long Dimanche de Fiançailles”, “Mister Lonely”, “Xi You” (e, a proposito di Tsai Ming-liang, apocalissi, incomunicabilità e… buchi nel pavimento, un pensiero a “the Hole”: qui il foro intercomunicante, causato da una via di fuga violenta e terminale, ch’è collateralmente anche una possibilità di salvezza e via di fuga intermedia, è solo un buco, mentre il contatto fra le due reclusioni avviene in maniera onirica, e univoca) e “the Mountain”.

 


Passano le ore, non ci sono superstiti, né resistenza alcuna percepibile.
Niente tv, niente telefoni, niente internet.
Nessun incendio: è solo la notte che ha divorato il mondo.

Passano i giorni, e finalmente si ferma anche l'acqua corrente.
E contro i giorni si scaglia, Sam, il sopravvissuto, il superstite, l'ultimo uomo sulla Terra (Matheson/Ragona con vista dalla Rive Gauche al posto di un grand tour dell'E.U.R.), abbozzando una sopravvivenza di scatolame e focolari autofagocitanti.
Terrazza. Secchi, pentole, taniche. Pioggia.

Passano i mesi. Inizia il parkour.

 


Sparita la presenza degli affetti, svanisce il senso del tempo; ci si reinventano gli affetti, e riprende a trascorrere il tempo.

“[...] Lei... lei non è il tipo che passa sopra agli altri per vivere, quindi... credo... che sia finita in fretta, per lei... Ma almeno non è morta per una causa ingiusta, tipo... tipo... il cancro o... un incidente d'auto, o altro. È morta... come tutti gli altri, insieme a tutti gli altri, come te... La morte è la norma, ora. Sono io quello che non è normale.”

* * * (½) ¾  

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