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Ready Player One

Regia di Steven Spielberg vedi scheda film

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Enrique

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La recensione su Ready Player One

di Enrique
7 stelle

https://www.youtube.com/watch?v=a7ZsFqPY40A&list=PLViEDKrLI53mc9qcUUP6xolWnQsS02xD8&index=5

 

Film visto solo perché dietro c’era la lunga mano, visibilissima, del deus ex machina (il master, il curatore, a seconda del gioco di ruolo che si preferisce, per rimanere in tema; insomma, colui che detta le regole del gioco) Steven Spielberg, RPO è una scoperta piacevole, pur con alti e bassi. Anticipo subito, comunque, che il film non è male. Si presenta come un artefatto complesso e solido, un parco giochi della grafica (CGI), ma anche della sci-fi classica, pieno di elementi di contenuto utili ed accattivanti, senza nascondere i limiti palesi che risentono evidentemente della vena mainstream e teenage-oriented dell’opera.

 

C’è, dunque, lo spettacolo. E non dico certo solo lo spettacolo delle scenografie digitali sofisticate, che affascinano, ma senza l’estasi della novità fuori dal comune; o delle scene d’azione mirabolanti e stordenti… o contundenti, non fa più differenza; questa è la storia trita che funziona sempre benino e che al contempo rappresenta il primo limite per il pubblico in fase post puberale.

 

Lo spettacolo più maturo è quello dell’immersione in un mondo che sembra un futuro fantascientifico, ma desolante (causa divario sempre più abissale fra nord e sud del mondo, anche nella stessa città), che offre però straordinarie possibilità… e che si rivela un mosaico vintage “antico” 40 anni, un mosaico prezioso costruito nei bellissimi, nostalgici anni che furono, a partire dai mitici ‘70-‘80, quelli dove si è formata la cultura di Spielberg, che poi è la cultura di una certa parte (non so quanto consistente) di pubblico di questo film; la cultura musicale rock, punk, pop, dance (Val Halen, Bee Gees, Duran Duran, Michael Jackson…), quella informatica e del gaming (Adventure di Atari), quella manga e cinematografica (Gundam, Jurassick Park e King Kong; La febbre del sabato sera, Shining – che ha uno spazio tutto suo - ed Il gigante di ferro che viene dopo, ma il soggetto letterario viene prima… e tanti altri); quella in cui sono cresciuti gli amanti del cinema di Spielberg i quali da lui non avrebbero preteso la rassegnazione ad un futuro senza radici; un bagaglio culturale preziosissimo che rappresenta la seconda caccia al tesoro (“Easter egg”) dopo quella ufficiale, cui si dedicano i più piccoli; anche questo è spettacolo ed è apprezzabile lo sforzo di tenere assieme i due piani temporali ed i due sistemi assiologici.

I più giovani si perderanno molto non comprendendo il senso della sfida alla ricerca della citazione nascosta, ma si potranno godere la semplicità della trama di superficie, che parte anch’essa come una tradizionale caccia al tesoro, solo più laccata grazie alla confezione 3.0 (qui il 3D potrebbe fare la differenza) ed alla presenza di protagonisti più accessibili anagraficamente.

 

Ma anche i giovanissimi dovranno fare i conti (come hanno fatto gli adulti che si sono fatti le ossa con sterminanti autorevoli antesignani anche al cinema; da Atto di forza a Inception, passando per Matrix e Strange Days ecc.) con la sfida più grande di tutte, quella che accomuna tutti; impeccabilmente servito (potrei dire propinato, ma sarebbe sprezzante) è il tema dei temi che attraversa indenne la storia dell’uomo e si ripropone ancora più forte oggi più che mai in questo periodo di isolamento sociale nelle ns. private dimore, a volte al chiuso delle camerette dove consumare la ns. esistenza pubblica (vedi lo SW) e privata, quello dell’identità e del doppio. Della realtà dove essere ciò che siamo per puro caso o volontà superiore e quello di un’altra dimensione (ai limiti della realtà ma pur sempre immaginaria) dove essere chi abbiamo scelto di essere; il rapporto fra identità spesso agli antipodi è il centro della storia ed il film non può inventarsi alcunchè per nasconderlo.

I precedenti in letteratura e cinema sono infiniti; qualche anno fa abbiamo anche conosciuto il tentativo commerciale visionario di Second Life, mai davvero decollato (chi se lo ricorda più adesso?) come tutti i precursori lanciati in una ambiente ancora poco fertile. Ma intanto il mondo del gaming è andato avanti e ha fatto sempre più proseliti, sino a diventare lo standard delle relazioni sociali fra i giovanissimi. Per non parlare dei social network, piattaforme apparentemente meno alienanti, ma molto ben capaci di avvicinare le persone online, distanziandole parecchio offline.

 

Chissà se a qualcuno che conta verrà mai in mente di disattivare qui da noi, al di qua dello schermo, gli alter ego terrestri di Oasis, almeno 2 giorni a settimana, pur di provare a riallacciare i nastri della relazione fisica, del contatto umano; della bellezza negli sguardi imperfetti di chi si scopre sperimentando tutti e 5 i sensi… come ai bei vecchi tempi.

Chissà…

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