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Ready Player One

Regia di Steven Spielberg vedi scheda film

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La recensione su Ready Player One

di supadany
7 stelle

Nonostante alcuni limiti piuttosto evidenti, “Ready player one” ha un motore dall’elevato numero di giri,che stimola la memoria a suon di citazioni,alcune chiaramente esplicitate -superbo l’omaggio a “Shining”-, altre da scovare in fugaci frame.Un immacolato sguardo al passato, una romantica fiducia riposta nel futuro e nell’essere umano che verrà.

A guardare fuori dalla finestra c’è di che avere paura, verrebbe proprio voglia di infilare la testa sotto il cuscino, spegnere la luce, indossare le cuffie e isolarsi da qualunque agente esterno. Sarebbe ancora meglio poter evadere dalla realtà e rifugiarsi nella fantasia, che consente, anche stando fermi sul posto, di catapultarsi altrove, di ignorare – andando nella direzione opposta a quella riconosciuta, sorpassando gli ostacoli dal lato vietato – le regole e creare spazi in cui riscrivere la logica.

In Ready player one tutto è possibile, rispolverando quel principio d’innocenza tanto caro al cinema d’evasione degli anni ’80 - in primis proprio a Steven Spielberg – trascinandolo nel futuro per generare una crasi d’immaginari. Per guardare al futuro con rinnovata speranza, è necessario conoscere il passato e ricordare che al di là di qualsiasi trasformazione sociale che ci attende è – e sempre sarà - la vita reale, il luogo deputato a forgiare le scelte cruciali.

Columbus (Ohio), 2045. Sopraffatta dalla povertà, l’umanità si rifugia in Oasis, un universo virtuale eletto a spazio d’incontro privilegiato, che ha reso ricco il suo creatore, James Halliday (Mark Rylance). Alla sua morte, Halliday rivela che all’interno della sua sterminata creatura esiste un easter egg: chi sarà in grado di trovarlo, superando le prove intermedie, ne avrà il controllo totale. Dopo anni di inutili tentativi, Wade Watts (Tye Sheridan), insieme a un gruppo di amici virtuali tra cui Samantha (Olivia Cooke), riesce a superare il primo ostacolo ed è subito sulla bocca di tutti. Anche di chi, come Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), non si fa scrupolo alcuno per mettere le mani sulla più grande fonte di ricchezza conosciuta, esclusivamente per rivalsa, megalomania e sete di potere.

 

Tye Sheridan

Ready Player One (2018): Tye Sheridan

    

Sarà pur vero che l’orologio biologico è inesorabile per tutti ma, come accaduto più volte negli ultimi quarant’anni - per decadi: Lo squalo, I predatori dell’arca perduta, Jurassic Park e (in minor parte) Minority report -, è nuovamente Steven Spielberg a dare una sterzata all’algoritmo dei blockbuster, indirizzato a produrre film come se a monte fosse installata una macchina fotocopiatrice.    

Chiaro, una volta svuotato delle sue formule magiche, Ready player one rientra pienamente nei ranghi della poetica prediletta dal regista di Cincinnati che, nonostante (o proprio per) le avvisaglie avverse, guarda al futuro con un ottimismo più spavaldo che mai, ma prima bisognerebbe dragare spazi fantastici estesi a perdita d’occhio, nei quali è più semplice lasciarsi fagocitare. D’altronde la selva virtuale, elemento preponderante, concede soluzioni infinite ed è un escamotage favorevole per scandire un approccio ultra tecnologico e citazionista.

Così, ecco che i fattori geek e nerd agganciano una congiuntura sfiziosa, creando un paradiso per nostalgici, con personaggi e oggetti estrapolati principalmente da videogame e film, ma anche dal panorama della musica pop. In funzione di questa selezione si spalanca la caccia grossa all’easter egg, per cui in seconda battuta è lo stesso spettatore a essere chiamato a sbizzarrirsi per rintracciare tutte le sue conoscenze in materia. Alcune sono accomodate da anni in un angolo remoto della memoria, e quando sono risvegliate lo stupore è incontrollabile, altre invece sono lapalissiane, con la punta di diamante dedicata a Shining (in un gran pezzo di regia, in quello che è un omaggio sentito) e, staccati, ai vari King Kong, il gigante di ferro, Ritorno al futuro e Gundam. Tutto questo senza dimenticare una baraccopoli per umani che pare rimodulata su quella destinata agli alieni in District 9, un irresistibile ballo degli zombie e una battaglia talmente chiassosa e digitalizzata da dover ritornare a Il signore degli anelli – Le due torri per ritrovare qualcosa di comparabile.  

Questo folto meccanismo pseudo interattivo è anche un modo per arricchire - o semplicemente distrarre da - un canovaccio avventuroso che divide marcatamente buoni e cattivi, con Davide contro Golia, i topi di fogna contrapposti al potente di turno (un Ben Mendelsohn che il villain lo sa fare, vedi anche Rogue one: A Star wars story), con automatismi che forzano i tempi ragionevoli dello sviluppo, la necessità di continue spiegazioni (una palla al piede, comunque non derogabile) e un finale ovviamente scritto in nuce sulla prima pagina, dolcificato ma perfettamente allineato ai principali riferimenti e all’età dei protagonisti, giovanissimi che si saranno pure travestiti da ribelli, per quanto in versione debitamente ripulita, ma che in testa avrebbero desideri molto più spensierati e leggeri.

 

scena

Ready Player One (2018): scena

 

Fatta la cernita di restrizioni narrative e debolezze strutturali, quella allestita da Steven Spielberg è comunque una giostra mangia gettoni dalla cadenza mirabolante, che centrifuga influenze nette in uno spazio di manovra - quello virtuale - quasi sempre sfortunato al cinema. Senza trascurare una morale che insegna a osservare in modo atipico, perché solo andando oltre i preconcetti inculcati e seguendo una linea di ragionamento estrapolabile dall’istinto impresso nel dna da madre natura, è possibile trovare la soluzione vincente ai rebus che ci aspettano fuori dalla porta di casa.

Un intrattenimento cinefilo, curioso e cristallino, affetto dalla sindrome di Peter Pan: questa volta non c’è davvero bisogno di altro (affermazione valida esclusivamente per chi è affascinato dai temi esposti, per tutti gli altri non è prevista alcuna scialuppa di salvataggio).

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