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Tonya

Regia di Craig Gillespie vedi scheda film

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La recensione su Tonya

di giurista81
8 stelle

"Sono diventata una barzelletta", la triste constatazione della pattinatrice Tonya Harding, genio & sregolatezza degli anni '90, capace di vincere il campionato nazionale statunitense, esibendosi in un triple axel come mai prima fatto da una collega nei campionati americani, ma anche di scivolare in un maelstrom che l'avrebbe poi portata alla radiazione in quanto implicata nell'aggressione di una compagna di squadra. Donna dall'infanzia difficile, cresciuta da una madre despota e alcolizzata e da un padre scappato di casa quando era ancora in giovane età. Temperamento focoso, sboccata, violenta, ma al contempo talentuosa pur se lontana dalle convenzioni e dalle ipocrisie proprie del suo mondo. Osteggiata per questo dai puristi e dai giudici di gara per non incarnare gli ideali e le forme gradite per lo sport di riferimento, ma comunque in condizione di emergere grazie a una tecnica mai vista prima nell'ambito femminile. "Non sei l'immagine che vogliamo per questo sport" le dicono i giudici di gara penalizzandola continuamente nelle votazioni suscitando le ire della ragazza: "Sa che deve fare lei...? Mi succhi il c....!" la folle risposta dell giovane pattinatrice, una degna rappresentante di un John McEnroe o del portiere della nazionale americana di calcio femminile Hope Solo (altro personaggione polticamente non corretto, ma eccezionale per le smargiassate e la tecnica).

 

Il primo anello che rende la pellicola meritevole di esser vista al cinema è costituito dal lavoro di Steven Rogers, lo sceneggiatore. Rogers scrive il film in modo molto brillante e divertente, facendovi entrare tutti gli aspetti salienti della vita della Harding. La vediamo fin dalla giovane età, ne scopriamo la formazione agli ordini di una madre brutale che la vuole campionessa fin dai quattro anni, quindi la vediamo nell'adolescenza con la scoperta dell'amore (perverso, con un uomo violento e con continue liti che implicano il ricorso ad armi e pugni in faccia in un rapporto che si rompe e si ricuce di continuo) e ancora in gara, tra litigi, offese ed esibizioni eccelse sotto il profilo tecnico, ma discutibili nelle uscite verbali.

Rogers opta per una struttura apparentemente originale, ricostruendo la vicenda della vita della Harding facendo interpretare agli attori, adeguatamente invecchiati, delle interviste disgiunte in cui ricordano i fatti connessi alla vita della Harding. Una soluzione già vista in film quale Il Quarto Tipo a cui Rogers allaccia, in forma cinematografica, la ricostruzione dei vari momenti salienti della vita della Harding. Per rendere sollecito il ritmo, poi, si decide di far comunicare gli attori, nelle sequenze del film, direttamente con gli spettatori, facendoli voltare in direzione della telecamera per recitare la loro battuta, plasmando così un film atipico, una sorta di via di mezzo tra la ricostruzione documentaria e il film classico. Una soluzione quest'ultima ispirata dal film Funny Games.

 

Da lodare la caratterizzazione della protagonista, con sfumature che evidenziano l'educazione mascolina (si ricordano le scene in cui viene addestrata alla caccia, la dimestichezza nel riparare le auto) e i disturbi asmatici, ma anche la voracità sessuale (il film non lo dice ma la Harding girerà un sexy tape col marito che, a fine carriera, finirà per circolare in giro nei portali pornografici). Inoltre si evita l'edulcorazione dei modi e della terminologia propria della Harding, come invece avvenuto in Borg McEnroe. La Harding si esprime in modo sboccato, brutale, senza giri di parole o censure. Ciò nonostante suscita tenerezza e simpatia nello spettatore, anziché presa di distanza. La sua è la parabola del brutto anatroccolo (anche se l'attrice che la interpreta è decisamente pretty) che diventa cigno per poi ritornare al derelitto status originario, quasi come una condanna dovuta alla provenienza proletaria da cui è assai difficile, sembra suggerire la pellicola, manlevarsi. Rogers evidenzia quanto sia ipocrita il mondo del pattinaggio (popolato da figlie di personaggi ricchi e puritani), più attento alla forma, alla presentazione, al modo in cui le atlete si presentano con vestiti sfarzosi, piuttosto che alla tecnica pura. La Harding incarna il classico modello del "genio ribelle" che si sottrae alla forma, optando per vestiti provocanti, musica heavy metal, smalto blu e colori sgargianti per far emergere l'importanza della sostanza a totale discapito del galateo. Un modo di fare che non può che trovare le più ampie simpatie di questo recensore (che si è presentato a taluni esami universitari vestito anche in divisa mimetica), ma che si scontra con gli atteggiamenti ottusi dei puristi e dei conservatori.

 

L'ottimo lavoro di Rogers, che introduce anche svariate stilettate intrise di una divertente ironia (bella la battuta "anche Rocky si allenava così..."), viene esaltato come meglio non si sarebbe potuto fare dalla regia assai dinamica dell'australiano Craig Gillespie. Gillespie da vita a un film dal ritmo forsennato, privo di pause morte, prediligendo un taglio da film di genere piuttosto che classico. Ampio ricorso di semi-soggettive, carrellate, dettagli e mdp tenuta a stretto contatto degli attori. Un modo di narrare che rende il film appassionato e appassionante per mezzo anche di un montaggio (notevole) che dir serrato è dir poco e ben amalgamato a una coinvolgente colonna sonora che propone un mix di evergreen degli anni '70 e '80 (con brani quali Goodbye Stranger dei Supertramp).

 

Molto qualitative le interpretazioni specie quella di Allison Janney, nei panni della madre della Harding. La Janney, giustamente premiata con un Oscar quale migliore attrice non protagonista, da corpo e gestualità a una donna fredda, pragmatica, che non conosce il sentimento dell'amore (paga persino dei molestatori per motivare indirettamente la figlia) ma pensa solo a riscattarsi da una vita fallimentare utilizzando la figlia come mezzo. Emblema assoluto dell'egoismo umano, una donna che non da mai dimostrazione di affetto nei confronti della figlia che invece vorrebbe solo questo dalla vita. "Ti ho fatto diventare una campionessa" dirà la madre alla figlia che, di rimando, le risponderà: "Tu mi hai rovinato.

Bellissima la sequenza in cui la Janney si reca a casa della figlia e le dice di esser "fiera di lei", facendo sciogliere in un abbraccio la stessa (abbraccio che la madre si rivela incapace di ricevere), ma solo per cercare di spingerla a confessare il proprio coinvolgimento nell'attentato all'avversaria così da imprimere la confessione su un nastro inciso di nascosto.

Bravissima anche l'australiana Margot Robbie, una Harding anni luce più attraente di quella reale. La Robbie è eccezionale nella sua performance in un ruolo tutt'altro che facile sia dal punto di vista delle espressioni facciali sia dal punto di vista atletico e ritmico. Perfetta sul versante corporeo, ma anche aggressiva e battagliera, un atteggiamento che cela una fragilità e una debolezza che la Robbie riesce a trasmettere toccando il suo apice nell'esplosione di pianto nelle olimpiadi invernali del 1994, quando cerca di convincere i giudici di gara a concederle la possibilità di ripetere l'esibizione per via di un laccio strappato. 

L'attrice è poi stramaledettamente eccezionale quando interpreta la Harding invecchiata, che ricostruisce in una finta intervista la propria vita. La Robbie, donna estremamente femminile e attraente, appare con una postura mascolina e con movenze che sembran più ricordare un Aileen Wournos che un'attraente quarantenne, sulla scia del lavoro prestato da Charlize Theron in Monster. Una prova dunque lodevole, che giustamente le è valsa la nomination all'oscar quale migliore attrice protagonista.

Bene anche il rumeno Sebastian Stan, nei panni di un marito dagli atteggiamenti borderline, piagnucolone e violento al contempo.

 

Grandissimo film dunque, da lodare per regia, ritmo, montaggio, sceneggiatura, fotografia (bella anche questa) e, soprattutto, per la caratterizzazione dei personaggi figli di un ambiente difficile imperniato di violenze, botte e dell'ossessione di vincere a ogni costo. Film consigliato a tutti, ivi compresi coloro che non sono estimatori del pattinaggio, ma in particolare a chi ama pellicole tratte da storie di uomini di sport. Sopra le aspettative. Notevole. 

 

 

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