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La casa di Jack

Regia di Lars von Trier vedi scheda film

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La recensione su La casa di Jack

di leporello
5 stelle

Mah... Il tempo naturalmente passa, passa per me e passa per lui. Io, nella mia dimensione dilettantesco-cinefila, mi rendo conto che sto cominciando a manifestare segni di insofferenza senile per una serie di cose, a cominciare dal detrimento dell’importanza che riesco a dare al senso estetico di un film, e che mi sbilancia a maturare un’opinione prevalentemente sul suo “messaggio”, su ciò che un film, una sceneggiatura, provano a dirmi (ed io, per come posso, a capire). E sono sempre più in difficoltà in presenza di comunicazioni violente, cattive, brutte non nel senso figurativo, ma brutte dentro, nell’animo. Cosa mi dice la storia di Jack?


i film di Von Trier (un mio grande amore che incappa forse oggi nella parola “Fine”), fatte poche eccezioni in occasioni peraltro ben felici (vedasi “Il Grande Capo”) sono sempre stati molto violenti, di una violenza estrema, provocatoria, un po’ sbruffona e smargiassa, e incurante delle reazioni che può suscitare (Bjork, che non credo si possa ritenere una “verginella” del mondo dell’arte, rimase traumatizzata dopo la lavorazione di “Dancer in the Dark”). Ma nelle occasioni precedenti, almeno nelle più riuscite, tale violenza si aggrappava e faceva perno, quando addirittura non piantava le sue radici, su un terreno comunque fertile e riccamente positivo: erano personaggi positivi la Bess McNeil di “Breaking the Waves” e il suo innamorato, era una bella, bellissima persona la Selma/Bjork che danzava nel buio della sua infinità generosità, era in qualche modo anche il Cristopher Walken de “L’Anticristo” un’anima semplice ed in pena alla ricerca di qualcosa. E attorno a costoro, Von Trier poteva e ben sapeva  sadicamente intessere la parte oscura della sua felice crudele creatività malata.


Ma in Jack) Cosa c’è in Jack?! Per due lunghe, interminabili ore, con il consueto (desueto?) stile Zentropa che lo resero famoso, riprese traballanti, camera a mano che insegue gli attori come un segugio, Von Trier fa la telecronaca dell’ennesimo “mostropazzofurioso” visto al cinema già mille volte, un reportage da rotocalco noir sterile e disturbante, palesemente sclerotizzato non foss’altro che per la medesima presenza scenica voluta per  Matt Dillon che si sovrappone e fa da doppione, fino a risultare come  una “maleficiente” confluenza somatica, a quella di Walken dell’Anticristo.


Gli intermezzi di Glenn Gould? La metafora della casa? Mi è personalmente rimasto tutto oscuro... Geni a confronto? Esiti diversi a seconda del mezzo che il “genio” usa per esprimersi? Continuo a non capire, certamente colpa mia. E nell’ultima mezz’ora, una volta fuori dal tunnel della mattanza, non è che i guizzi estetizzanti di una inquadratura rinascimentale, o la messa in scena di un contesto alla Monte Fato di Mordor risollevino le sorti complessive. Così come non migliora (o anche solo niente aggiunge) il finale manifestarsi di quel Caronte/Ganz che sin dal primo dialogo fuori campo in apertura di film già telefonava in sala, usando il viva voce, avvisando tutti di come e cosa sarebbero dovuto aspettarsi.


Ripeto: colpa mia e della mia senile “filmescenza”... ma un film che sa solo raccontarmi il raccapriccio senza aggiungere niente altro, non è più un film che possa piacermi. Addio, Lars, è stato bello conoscerti.

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