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La casa di Jack

Regia di Lars von Trier vedi scheda film

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La recensione su La casa di Jack

di jasonlavey666
8 stelle

La casa che Jack ha costruito è un impero di perfezionismo e ossessione, una dimora in cui l'ordine e il disordine passeggiano tenendosi per mano. La vita di Jack è un dialogo a due, fra Dante e Virgilio all'Inferno, in cui abbiamo un Dante violento che si ribella al percorso previsto per la salvezza. Schiavo delle sue stesse manie, e accecato da una ricerca esasperata dell'arte, Jack ci trascina nel suo mondo fanatico e perverso, e lo fa sfacciatamente.
L'ultimissimo lungometraggio di Lars Von Trier non lascia di certo impreparati, perché chi lo conosce sa benissimo cosa aspettarsi. Chi non lo conosce, invece, esce fuori dalla sala dopo venti minuti dall'inizio della visione, sentendosi nauseato. Il regista danese, che nel 2011 fu cacciato dal festival di Cannes per aver fatto affermazioni naziste, sa come toccare il suo pubblico nei punti più sensibili. Quando si sente il suo nome, infatti, ci si aspetta un film che rappresenta tematiche intense e primordiali. Nel suo caso, le pellicole si concentrano quasi sempre sulla sessualità e l'aggressività, i due poli estremi dell'essere umano. Basti pensare ad Antichrist, in cui l'erotismo è dipinto in maniera spregevole, in cui il sesso è fonte di atrocità. Von Trier, però, non ha bisogno sempre dell'oscenità per turbare i suoi spettatori; lo dimostra Melancholia con la sua violenza silenziosa, non visibile, esistenziale. Per quanto riguarda Nymphomaniac, basti dire che ha superato ogni limite del cinema erotico; la pornografia sul grande schermo non era mai apparsa esplicita ed introspettiva a tal punto. Lo stesso si può dire di The House That Jack Built, che con grande dispiacere potrebbe essere l'ultima fatica terapeutica del regista, il suo capolavoro conclusivo. Mai la violenza sul grande schermo era apparsa così analitica.
Dunque, il protagonista è un pluriomicida che soffre di un disturbo ossessivo compulsivo della personalità; se non lo si capisce a parole, il film è un manuale impeccabile per comprendere cosa vuol dire vivere con un tale disturbo. Come lo è Melancholia per la depressione, o come lo è Nymphomaniac per la dipendenza sessuale. I film di Von Trier sono pura psicologia. No, soffrire di un disturbo ossessivo compulsivo non vuol dire essere assassini. Ogni circostanza è relativa all'individuo; nel caso del protagonista, le fissazioni prendono il sopravvento su una personalità che era già caratterizzata di per sè da un ego sproporzionato, impulsivo e senza empatia. Jack è un ingegnere che sognava di diventare un architetto, un maniaco della pulizia che cerca la collocazione ideale in tutto. Privato dalla possibilità di essere un architetto e di costruire per gli altri, egli decide di costruire in proprio, uccidendo le persone. Donne, uomini, bambini, animali. Ispirato dai lati più cruenti della storia, e da un proprio concetto di bellezza della distruzione, egli vede arte in tutti i suoi cadaveri, collocandoli in modo da farli apparire come parte di un quadro, parte di un disegno più grande. Un progetto di estetica mentale, quasi impossibile da tradurre in materia.
Molti si chiederanno: come può avere un lato ironico un film talmente sadico e senza pietà? Basti pensare all'irrazionalità del movente, l'assurdità delle circostanze, l'ingenuità delle vittime. Basti pensare alla scena in cui i corpi in decomposizione vengono paragonati al processo di putrefazione dell'uva. L'intera pellicola mostra fenomeni abominevoli narrati sotto forma di commedia; una commedia nera ricca di metafore, in cui non mancano riferimenti ad artisti quali Goethe, William Blake, e Glenn Gould. La schiavitù degli impulsi in The House That Jack Built ricorda quasi The Imp Of The Perverse di Edgar Allan Poe, in cui il personaggio è guidato da istinti autodistruttivi che non riesce a controllare. Nel complesso, dall'ultima fatica del regista danese ne esce fuori un omaggio al cinema, alla letteratura, all'arte. Per tutto il film siamo accompagnati da David Bowie, mentre assistiamo a lezioni di caccia e di manipolazione mentale. Poi, il saluto finale ce lo da Ray Charles. «Hit the road, Jack. Don't you come back no more».
Molti accuseranno il regista di misoginia, ignorando il fatto che è il personaggio del film a provare avversione per l'essere umano. Altri diranno di aver assistito a violenza gratuita, mentre i voyeur diranno che la depravazione è necessaria se si vuole la comprensione ravvicinata di un fenomeno. Non esistono mezze misure con Von Trier; il suo è un cinema che divide, che sconvolge, e che non si dimentica. Con Von Trier si vede più del dovuto, si trema, e ci si spinge oltre. Gli amanti del genere esulteranno per The House That Jack Built, dove crudeltà e nichilismo non mancano di sicuro. A prescindere dalle fazioni, bisogna riconoscere l'unicità del regista danese in campo. Senza ombra di dubbio, uno dei migliori registi del XXI secolo. «Some people claim that the atrocities we commit in our fiction are those inner desires which we cannot commit in our controlled civilization. So they are expressed instead through our art. I don't agree. I believe heaven and hell are one and the same. The soul belongs to heaven, and the body to hell. The soul is reason, and the body is all the dangerous things, for example art and icons».

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