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Nome di donna

Regia di Marco Tullio Giordana vedi scheda film

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La recensione su Nome di donna

di alan smithee
5 stelle

Il film, scrupoloso nell’affrontare aspetti di un malcostume odioso e criminale, imperante all’interno di una casta soverchiante e corrotta spesso tutta maschile, ha dalla sua un cast di attori eccellenti, ma limita la sua pertinente denuncia lavorando su personaggi tutti chiari o scuri, senza concrete sfumature di vita che li rendano vivi e veri.

Una ragazza madre dal passato difficile, trova, grazie all’intervento dell’anziano prete di famiglia, un impiego come inserviente in una prestigiosa casa di riposo per anziani facoltosi, posta entro un bel caseggiato d’epoca in mezzo alla ridente campagna lombarda.

La ragazza sta tentando di ricostruirsi una vita e la serenità con un compagno affettuoso che tuttavia vive e lavora a Milano ma, nonostante le insistenze di quest’ultimo, intende mantenere la propria indipendenza economica accettando questa offerta di lavoro, e per questo trasferendosi a vivere in prossimità della struttura.

Nina, questo il suo nome, entra a far parte di una collettività di donne, per la maggior parte immigrate dall’Est europeo, che paiono ben integrate e soddisfatte ognuna del proprio lavoro e del turno a cui sono adibite. Quello che non sa Nina, almeno fino al momento in cui il manager della struttura non la chiama per un colloquio personale a tarda ora, è l’esistenza della triviale consuetudine a cui sono sottoposte le donne, di concedersi sessualmente ai vizi del bieco dirigente, per questo coperto da gran parte del consiglio di amministrazione, biecamente gestito da un prelato molto immanicato a livello di poteri e conoscenze.

Il rifiuto categorico di una sconcertata Nina, che per la sua ostinata intransigenza diviene il baluardo di una protesta solitaria e piena di insidie, personali, legali e frutto di bieche ed odiose manipolazioni psicologiche ed episodi di mobbing, minacce per nulla velate e intimidazioni anche fisiche, darà vita ad una battaglia legale per la salvaguardia dei diritti e della dignità non solo della donna, ma di quella di tutte le colleghe e, per esteso, della categoria femminile contro l’arroganza e la prepotenza di molta parte degli appartenenti all’altro sesso.

Il processo, anche mediatico, non impedirà tuttavia, almeno inizialmente, che la ragazza si immoli a strumento in qualche modo utilizzato, e quasi sfruttato da una organizzazione pur seria che, a scopo benefico, si batte per la salvaguardia dei diritti offesi delle donne.

Il film di Giordana, scrupoloso nell’affrontare tutti o molti aspetti di un malcostume odioso e criminale, imperante all’interno di una casta soverchiante e corrotta spesso tutta maschile, ma che opera con la complicità di elementi femminili che speculano su queste dipendenze e vizi imperanti, ha dalla sua un cast di attori bravi, se non eccellenti, capitanati da una protagonista, Cristiana Capotondi, piuttosto efficace ed ispirata; non meno valido l’apporto di professionisti seri come Valerio Binasco, abbonato al ruolo dell’odioso senza appello, o Bebo Storti, il migliore di tutta la compagnia, l’immensa Adriana Asti, peraltro qui relegata ad un ruolo di contorno troppo prevedibilmente sopra le righe (e senza dimenticare professionisti di razza come Michela Cescon o la ottima interprete triestina Anita Kravos).

Ma è altrettanto vero che la vicenda narrativa è organizzata con una ostinata intenzione di mantenere luci ed ombre che dipingono personaggi tutti cattivi o tutti buoni, puntando a favorire una certa condiscendenza epidermica ed una prevedibilità di vicissitudini, processuali e private, in grado di attirare a sé e stimolare la maturazione di un’emozione primaria, epidermica, a beneficio soprattutto di uno spettatore poco smaliziato, che tenda a cercare nel prodotto una soddisfazione di petto, più che di concetto: il tipico utente televisivo, insomma, riconosciuto in modo più oggettivo che denigratorio, ben inteso.

Circostanza quest’ultima, tipica infatti di molta produzione televisiva, destinata ad essere servita ad uso e consumo di un pubblico variegato disposto a privilegiare l’emozione a fior di pelle, e che possa per questo scegliere il prodotto offerto e preferirlo ad altre alternative concorrenziali quando va bene sulla stessa linea, negli altri casi strutturate in modo ben più smaliziato e beceramente strategico: nulla di necessariamente compromettente, almeno in questa sede, che spiega tuttavia, e rende comprensibile da un lato la scelta di una linearità narrativa adottata e prescelta con una certa ostinazione dal racconto; ma che dall’altro rende meno congrua la posizione di un regista maturo, lucido ed ispirato come è quasi sempre stato Marco Tullio Giordana, che con questa sua pur dignitosa ultima fatica ci riesce difficile poter paragonarlo al cineasta autore delle notevoli opere che lo hanno contraddistinto almeno dal 1995 di quel “Pasolini, un delitto italiano”, al 2011 di “Romanzo di una strage”, passando per “La meglio gioventù” (televisivo solo per lunghezza, tanto basti che fu distribuito – caso quasi unico – nelle sale a puntate con un buon riscontro di pubblico) e persino per il troppo sottovalutato “Sanguepazzo”.

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