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Esecuzione di un eroe

Regia di Bruce Beresford vedi scheda film

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La recensione su Esecuzione di un eroe

di Dalton
8 stelle

Mezzo pianeta ha difficoltà di distribuzione sul mercato, per via dell’egemonia statunitense.
Hollywood riserva un ostacolo insidioso, in particolar modo, agli altri paesi anglofoni: l’importazione, anzi il reclutamento, dei cervelli migliori.
Qualche libro di storia della settima arte afferma che, dagli anni ’70, avvenne una sorta di rinascita cinematografica nel nuovissimo continente. A mio avviso, in questo periodo, il cinema australiano iniziò ad acquistare spessore per la prima volta.
Il primo caso eclatante fu Peter Weir col suo HANGING ROCK. Sorsero altri bravi artigiani come:
George Miller,
Baz Luhrmann,
Fred Schiepsi,
Phillip Noyce,
Russell Mulcahy,
Roger Donaldson,
Gillian Armstrong.
Questa scuola di nuovi autori cresciuti affianco ai canguri arguì che, per attirare l’attenzione d’un vasto pubblico, bisogna attuare concessioni allo spettacolo. Magari unendole a tematiche sociali forti (seguendo l’esempio extrastatunitense de LA BATTAGLIA DI ALGERI, UN UOMO UNA DONNA o Z – L’ORGIA DEL POTERE).
Quindi, via libera a campi lunghi: dopotutto, quale luogo si adatta meglio a riprese panoramiche se non l’Australia? Poi vennero i grandangoli, le pirotecnie acrobatiche (con conseguente riscoperta della figura dello stunt-man), montaggio serrato con primi piani repentini, uso di comparse, abuso di sentimenti a buon mercato, ecc ... Iniziavi a distinguere la provenienza dell'opera soltanto dai consueti tocchi nichilistici, tipicamente detestati dai produttori americani.
Ci furono perfino timide promozioni divistiche (anche questo contribuisce allo spettacolo). E così, anche al cospetto alla cinepresa, spuntarono anche due personaggi folcloristici quanto interessanti: Paul Hogan e Mel Gibson.
L’eco del successo che questa scuola di pensiero iniziò a riscuotere in patria e giunse subito all’orecchio delle major americane.
Gli USA ti premiano se vali e finchè vali qualcosa sul mercato. Se eccettuiamo l’ultimo personaggio elencato, che si è trovato in - quasi - perfetta sintonia con il modus operandi degli studios, gli altri artisti sono scivolati pian pianino nel dimenticatoio. Almeno se parliamo di riscontro da parte delle grandi masse o di circuiti che non snobbino rappresentazioni autoriali “integraliste”, come quelle della loro connazionale Jane Campion. Attualmente, qualcuno dei nomi citati prima sopravvive in opere minori, qualcuno sguazza nei videoclip e qualcuno ha pure provato a tornare in patria, col capo chino … e un portafoglio leggermente più gonfio.
E’ il caso di tralasciare il proverbio “Nemo profeta in patria” e spolverarne un altro: “Nel paese dei ciechi, il guercio è un re”. Se nel pur vasto territorio del Pacifico questa travolgente ondata artistica sembrava irrefrenabile; nell’altrettanto vasto territorio Atlantico, tali aspettative si scontravano con un maggior costo per le materie prime o una maggiore – anche sleale – concorrenza. E forse (o sopratutto) con quello scetticismo riservato nei riguardi degli oriundi, che bolle in maniera assai celere, da parte d'un sistema imperialistico ha sempre. Negli ultimi anni, avrete sicuramente osservato che trattamento hanno ricevuto, una volta sbarcati a Los Angeles, personaggi del calibro di Jackie Chan, Jean Renò ed Eric Idle … Come poter biasimare un Benigni che, sistema produttivo retrogrado a parte, ha preferito restare in Italia?
Stesso discorso per il regista Bruce Beresford, che non ha fatto eccezione a tale sviluppo storico. In patria, questa sua ambigua versione di ORIZZONTI DI GLORIA viene idolatrata quasi quanto noi idolatriamo LA GRANDE GUERRA o quanto LA GRANDE ILLUSIONE venga idolatrata dai francesi.
Qui, con non poco scrupolo nei riguardi della suspence giudiziaria e del narrare, evita calligrafismi, leziosità, oleografismi, retoriche fuori dai dialoghi. Anzi, ci infila un pizzico di sarcasmo. Al contrario, c'è un gusto simmetrico per la composizione dell'inquadratura erede di Zinnemann e quello per i campi lunghi che era al passo coi tempi di Cimino e Costner. Un modello che i ben più geniali Zhang Yimou e James Ivory hanno seguito o avrebbero dovuto seguire con più costanza.
Su alcuni aspetti, è servito da spunto anche per il Kubrick di FULL METAL JACKET, che sicuramente gli ha rubacchiato qualche idea come contrappasso del plagio del suo film antimilitarista di qualche decennio prima. Certo, il confronto è ingeneroso ma il risultato non è lesa maestà.   
Per non far calare l’attenzione degli spettatori, oltre alle tecniche spettacolarizzanti elencate fino ad ora, ci infila pure quel cerchiobottismo tipico d’un altro artigiano anglofono (anch’egli spesso accusato di revisionismo qualunquista) nella fattispecie l’olandese Paul Verhoeven.
In Italia è circolato poco. Qui da noi, su alcune copie, gli hanno appioppato il titolo ESECUZIONE DI UN EROE: lo spoiler tutto sommato è contenuto, perché l’ineluttabile epilogo viene palesato sin dall’inizio. Per vederlo, l’ho preso in lingua originale da un server P2P, che me lo ha fatto scaricare in un decimo del tempo consueto ma potevo vederlo unicamente in condivisione (nemmeno fosse in streaming ) e nell’hard disk occupava lo spazio d’un qualsiasi file AVI. Ovviamente era in lingua originale, quindi ho dovuto scaricare i sottotitoli da Google. E sempre con google li ho tradotti, in maniera abborracciata perché letterale. Ma dubito che mi sia sfuggito qualcosa nel senso dei dialoghi e della trama, specie dopo confrontato le mie riflessioni post-visione con le sinossi e le recensioni in giro.
P.s.: attualmente il cinema commerciale o artigianale australiano sopravvive all'estero in maniera laterale; forse i suoi talenti, onde evitare delusioni, avranno imparato a non ambire oltre il Sundance Festival.

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