Espandi menu

cerca
Il filo nascosto

Regia di Paul Thomas Anderson vedi scheda film

Recensioni

L'autore

alan smithee

alan smithee

Iscritto dal 6 maggio 2011 Vai al suo profilo
  • Seguaci 253
  • Post 161
  • Recensioni 3413
  • Playlist 21
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

La recensione su Il filo nascosto

di alan smithee
8 stelle

PTA affronta il suo complesso, controverso personaggio puntando sulle ombre, anche quando si tratta di descrivere il personaggio femminile che lo mette alle corde: in fondo il fulcro del bellissimo film è il crimine, subdolo, nascosto e celato che mette a repentaglio seriamente la salute del nostro uomo, quasi come affascinante percorso espiativo.

"Reynolds ha trasformato i miei sogni in realtà. In cambio io gli ho dato ciò che egli più desidera: ogni parte di me.

Non è stato facile, perché egli è forse l'uomo più esigente tra tutti".

Reynolds Woodcock è il dio della creazione sartoriale, l'uomo che ogni donna vorrebbe avere a sua disposizione perché l'unico vero individuo in grado di riuscire a far esprimere, traboccare, sfavillare la femminilità presente, seppur a volte per svariate cause nascosta, nel corpo e nell'animo di una donna: quel valore in grado di avvicinare alla perfezione autoconsapevole la donna spesso solo relegata da una società maschilista ad ornamento e/o corollario.

Ma può, il dio della creazione, avere pure lui una vita privata, una donna tutta per lui, senza per questo intaccare l'ispirazione che lo alimenta e che da tempo è rimasta probabilmente l'unica ragione di vita, dopo che l'affetto suo più grande, rappresentato dalla figura materna, rimane solo un ricordo indelebile, profondo, ma pur sempre ricordo, reso più palpabile grazie a qualche ciocca di capelli morbosamente custodita dal sarto all'interno di una fodera di vestito che egli indossa come un cimelio?

"Perché non sono sposato? Il matrimonio mi renderebbe disonesto, e non vorrei che questo accadesse. Questa è la sola certezza che ho."

Per questo motivo, in una società londinese anni '50 fervente di cambiamenti e di mondanità, Reynolds Woodcock, uomo maturo di bell'aspetto, elegante e sobrio, educato e pacato, è l'outsider più amato e desiderato della città, ma anche lo scapolo più convinto di tutto il bell'ambiente che egli contribuisce ad influenzare con le sue creazioni sartoriali femminili di extra lusso e pregio.

Da anni la sua firma è quella che veste le femmine della famiglia reale, le star del cinema di mezzo mondo, le celebrità e l'aristocrazia di ogni dove.

A tener testa al modo di fare apparentemente cortese e pacato, ma in realtà maniacale ed assai intollerante del celebre sarto, solo la sorella, dinamica e abile manager perfetta per tener testa al fratello, gestendo il lato economico di quello che è in fondo un impero economico in formato famiglia.

"Non credere di attaccarmi perché saprei passare sopra il tuo cadavere in pochi istanti", lo avverte ed ammonisce lei, quando Reynolds osa (ma accade raramente) affrontare di petto le osservazioni che la sorella gli mette sul piatto senza alcun convenevole né inutile parafrasi. 

Le donne che non veste e rende felici, per Woodcock si dividono in tre categorie: una è la sorella, intoccabile quasi come la figura sacra della genitrice; le altre sono le sue obbedienti e fidate collaboratrici, silenziose lavoratrici indefesse incapaci di prendere iniziative che non rientrino nella ordinaria operatività quotidiana, meticolosamente sotto controllo del capo; e poi le amanti, figure passeggere, capricci effimeri, di cui l'uomo presto si stufa come un bambino viziato che tende a mettere in disparte ciò che finisce per annoiarlo, senza nemmeno avere la decenza di fargli comprendere la situazione: lavoro sporco quest'ultimo, oltre che ingrato ma necessario, che compete alla sorella nubile.

L'incontro fortuito con Alma, cameriera carina ma non certo inarrivabile, conosciuta per caso presso una locanda del luogo di villeggiatura ove è solito rifugiarsi il sarto nei rari momenti di pausa lavorativa, accende nel maestro una fiamma che pare non spegnersi tanto facilmente come le altre.

In tale situazione il celebre creatore si moda dovrà finalmente affrontare il dilemma di far convivere la gestione della "creazione" artistica, con la naturale storia d'amore che pare nascere e continuare ad esistere nei confronti della giovane ragazza: non basterà semplicemente trasformare in musa la ragazza: sarà necessario equilibrare due sentimenti antitetici che, nell'animo turbato e nel carattere difficile se non impossibile di quell'uomo complicato, fastidioso ed anche assai intollerante, il "ciclone Alma" è destinato ad alimentare, a manifestare, a sconvolgere.

Forte di uno stile narrativo classico e tanto volutamente tradizionale e retrò da farci apparire la vicenda, datata di circa 70 anni, in realtà come appartenente ad almeno un paio di secoli orsono, Paul Thomas Anderson, che apprezzo molto in questa sua versione più pura e semplice (si fa per dire, la sua direzione è straordinariamente complessa, e a volte persino strabiliante, come nelle scene assai movimentate dei viaggi in auto sportiva da parte del nostro protagonista), affronta il suo complesso, controverso e sfaccettato personaggio puntando più sulle ombre che sulla luce, anche quando si tratta di descrivere il personaggio femminile che mette alle corde il protagonista: in fondo il fulcro del bellissimo film è il crimine nascosto e celato che, a fin di bene, ma nato anche da una sana sete du vendetta e fiero rimorso da parte della giovane, da una parte mette a repentaglio seriamente la salute del nostro uomo, quasi come percorso espiativo che lo faccia in qualche modo riflettere concretamente sulla necessità che egli torni a sentirsi uomo, pertanto fragile e soggetto alle debolezze, ai pericoli, alle incertezze che rendono la vita di ognuno di noi mortali, come una circostanza per nulla certa e scontata.

Nella classicità della sua magnifica esposizione, Anderson riesce in qualche modo a creare persino una suspence fortissima, palpabile, grazie ad un intrigo che contribuisce a dare fiato, ritmo, e una insolita verve hitchcockiana (inevitabile e naturale, a mio avviso, il raffronto con Rebecca, la prima moglie) alla sua ultima fatica.

Daniel Day-Lewis si dimostra, dal canto suo, elemento determinante e in qualche modo inevitabile per avvicinare alla perfezione questo ottimo prodotto, così come Lesley Manville, nel ruolo della scaltra e cambattiva sorella, è perfetta e pure lei "hitchcockiana" quanto basta per meritarsi con tutti i sentimenti la candidatura Oscar (quale migliore attrice non protagonista) che le è stata riconosciuta. La giovane e già altrove apprezzata Vicky Krieps possiede i lineamenti burrosi e popolari che ispirano contemporaneamente purezza e carnalità, circostanze compatibili con l'eccezionalità dell'ispirazione che la sua figura, un pò indolente, un pò disarmante, quasi sempre tentennante a volte sino alla inconsapevole molestia, riesce a manifestare nei confronti del dio dei tessuti e della creazione sartoriale.

 

Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati