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Lady Bird

Regia di Greta Gerwig vedi scheda film

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La recensione su Lady Bird

di M Valdemar
6 stelle

 

locandina

Lady Bird (2017): locandina

 

 

La “provincia” (Sacramento) come stato della mente. Che guarda (a) New York – patria delle arti e orizzonte verso cui fuggire (dalle gabbie famigliari, istituzionali, religiose, esistenziali) – per potersi poi guardare dentro e scoprire (ritrovare) la propria coscienza. Come certifica l'uso – finalmente – del nome scelto (per lei dai genitori): Christine surroga l'universalmente imposto/accettato “Lady Bird” e diventa affermazione di sé, (ri)scoperta identitaria.
Racconto di formazione e dintorni. Virato “al femminile” dall'ambiziosa, determinata guida – scrittura e regia – della lanciatissima Greta Gerwig, auto-emancipatasi dal ruolo esclusivo e comodo di reginetta indie.
Buone intenzioni, fiera appartenenza, idee chiare, alcune valide intuizioni, scelte oculate: ma il film?
Lady Bird non riesce mai a staccarsi di dosso quell'adorabile aria di “carineria” caratteristica delle produzioni indipendenti a basso budget che si prendono un po' troppo sul serio (anche quando s'innestano segmenti ironici, di alleggerimento).
In fondo, non è che l'ennesimo teen dramedy. Che percorre – in maniera talora scolastica, senz'altro intuibile nelle sue svolte e diramazioni – tutte le tappe e gli archetipi del genere: un classico l'età di transizione/passaggio (i diciassette anni), la sentita inadeguatezza, i moti di ribellismo (sintetizzabili nell'ascolto di Alanis Morissette in auto), i turbamenti sentimentali, la quotidianità del liceo e di casa, le complicazioni amicali, la maturazione.
Però fatto – indubbiamente – bene. L'autrice/regista, malgrado gli eccessi “mumblecorosi” (ehm ..), infonde una fluidità di racconto efficace oltre che un taglio e un registro minimal (inquadrature, movimenti della mdp, colonna sonora, narrazione) che rendono concrete (nonché facilmente identificabili) meta e trattazione/esposizione dei contenuti. Certo, con l'accumulo di argomenti si rischia l'effetto-frullato: spezzettati, dentro, finiscono l'indigenza della famiglia e la depressione del padre, la cronica carenza di lavoro e la superficialità degli amici snob fintamente impegnati, l'immobilismo e le rigidità della scuola cattolica e il dilemma di un coetaneo gay, la perdita della verginità e la voglia di evasione.
Evidentemente per dare e darsi un tono. Tentare di elevarsi dalla comfort zone del sempre fertile high school movie; costruirsi una reputazione (da) “adulta”.
Manifesto rintracciabile e riassumibile sia nella costruzione del personaggio di Christine/Lady Bird (Saoirse Ronan, brava ma nulla di eclatante) – a cui invero difetta una solida empatia – che nel rapporto – decisamente ben calibrato e concluso – con la madre, vero propulsore della storia.
Intenti che cozzano con l'eccessiva prudenza del girato (inaspettata, vista la carriera della Gerwig): l'impressione della maniera, della ricerca di un equilibrio sul filo dell'accettabile e del mostrabile, instilla toni di stucchevolezza (e leciti sospetti: che si attendesse o quanto meno sperasse nella ricca raccolta di premi in una stagione mai così propizia?).
Il finale – opportunamente innescato da un'esemplare serie di reti (le lettere della madre, il trasferimento nella grande città, l'avventura/sventura di una notte, il rifugio in qualcosa di noto, l'accettazione) – mette le cose al loro posto, con la retorica necessaria e la morale ben sbandierata e accettata.

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