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Detroit

Regia di Kathryn Bigelow vedi scheda film

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La recensione su Detroit

di alan smithee
8 stelle

CINEMA OLTRECONFINE – FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017 – SELEZIONE UFFICIALE

Alla fine degli anni ’60 i movimenti di protesta non riguardavano solamente la gioventù europea pre-sessantottina in procinto di organizzare le proprie manifestazioni e rivendicazioni di orgoglio. Negli Usa la tensione tra le forze governative e i dissidenti che scendevano in piazza per manifestare il proprio dissenso più totale a fallimenti gratuiti sfociati nel sangue come la Guerra del Vietnam, si scontrava con le sempre più radicali manifestazioni di protesta contro la segregazione razziale che piegava in modo oltraggioso ancora in quegli anni la parte nera della popolazione che a stento ormai poteva definirsi una minoranza.

E Detroit, nella calda estate del 1967, diveniva il fulcro di tanto malumore, epicentro di atti di protesta e dimostrativi a cui le forze dell’ordine finivano per rispondere con atti e rappresaglie ben al di là di ogni umana tolleranza.

Quando il ritrovamento di armi nascoste spinge non solo la polizia, ma anche altre forze parallele come la Guardia nazionale e una organizzazione di ispirazione privata, ad agire per il timore di una rappresaglia da parte dei ribelli di colore, costoro, mal amalgamandosi e dimostrando di non saper gestire secondo il previsto protocollo d’azione, finiscono per lasciare poco spazio alla condotta ufficiale, per far prevalere iniziative di singoli facinorosi esponenti, lascianti in quel frangente liberi di esercitare la propria posizione di supremazia con atteggiamenti, risoluzioni e sistemi di intimidazione che non si discostarono poi, in molti casi e per la barbarie ed il sadismo che li caratterizzò, a vere e proprie azioni di tortura fisica e psicologica, accompagnate da crudeli giochi intimidatori che provocarono anche tre morti tra i giovani ribelli presi sotto assedio.

La grande regista Kathryn Bigelow ci trascina, con l’irruenza maschia che da sempre contraddistingue il suo stile di regia impeccabile e tosto, nell’epicentro di quell’assedio, tra le mura tappezzate di drappi improbabili e dai colori eccessivi del motel ove si consumò una vera e propria carneficina di innocenti. E da esperta nel genere (Il buio si avvicina segnò una delle sue prime importanti tappe di regia) riesce a filmarci l’orrore autentico, quello vero, quello palpabile della morte che diventa una presenza inesorabile e prossima, introducendoci all’interno di un calvario che ci pare interminabile e ci sfianca: il gioco della “finta esecuzione nella stanza accanto” per indurre gli altri complici a parlare e rivelare i mandanti di quel ritrovamento di munizioni ed armi, anima ed accende il diavolo nel corpo e nella mente di tre giovani poliziotti che poi perdono il controllo delle loro scellerate azioni, fino alla tragedia senza rimedio. Seguirà un processo contro i presunti assassini, ma il verdetto sarà ancora più scandaloso dell’episodio barbaro ed inqualificabile a cui si arrivò in quel frangente.

La Bigelow riesce a giostrarsi con gran maestria all’interno di una folla di personaggi non proprio agile da tenere sotto controllo (anche da parte dello spettatore, già shoccato in sé dal gran clima di tensione che toglie il respiro per quasi 1/3 del film), e il film si fa forte anche di interpreti forse non noti ai più, ma di grande efficacia espressiva: e più laido è il personaggio che interpretano, più risulta viva, vitale e appassionata la rispettiva interpretazione e resa scenica.

Tra questi citerei almeno il nero John Boyega (che somiglia fisicamente a Cassius Clay), coinvolto nel gioco al massacro in modo indiretto, ma finito tra gli indiziati delle forze dell’ordine prima di diversi altri più diretti responsabili; poi, proseguendo col cast e senza esitazione, il bieco e controverso agente interpretato da Will Poulder, ed il suo irresponsabile collega Jack Reynor, che assieme impersonano il male che degenera e diviene padrone incontrollato di azioni e modi di agire; mentre i volti più noti, ma qui anche ben più di contorno nel contesto della vicenda, di Anthony Mackie e John Krasinski, contribuiscono a rendere credibile e tesa anche la seconda parte, più dedicata alla svolta processuale, conseguenza di quella mattanza.

Un gran film questo Detroit, che riconferma – ce ne fosse bisogno – la maestria di una grande cineasta “da Oscar”.

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