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Storia di un fantasma

Regia di David Lowery vedi scheda film

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La recensione su Storia di un fantasma

di Peppe Comune
7 stelle

M. (Rooney Mara) e C. (Casey Affleck) sono una coppia felicemente sposata, si amano e vivono con la propria casa un rapporto coinvolgente. C. è un musicista e M. è la prima ad ascoltare i suoi lavori. Un giorno C. muore in un incidente stradale ed M. rimane solo col suo dolore nella casa che avevano comprato insieme. Ma C. si trasforma in un fantasma (con tanto di lenzuolo bianco) e fa ritorno nella sua casa, dove registra, non solo la solitudine straziante della moglie, ma anche i cambiamenti radicali che vi si susseguono. C. scopre di non essere il solo, ci sono molti fantasmi come lui che si aggirano tutt'intorno, come la donna sua dirimpettaia (con tanto di lenzuola a fiori).

 

Casey Affleck, Rooney Mara

A Ghost Story (2017): Casey Affleck, Rooney Mara

 

 

“A Ghost Story” di David Lowery è un film dall’originalità spiazzante, che prima lascia intendere di “limitarsi” alla narrazione surreale di un microcosmo domestico lacerato da un grave lutto, ma che poi allarga il suo angolo di visuale fin dove si espande la storia di un luogo. Dapprima, il regista osa un lungo piano sequenza che ritrae la donna divorare del cibo poco dopo essere tornata dall’obitorio, lasciando trasparire in quel suo modo disordinato di mangiare, nella maniera stizzita con cui si avventa sul cibo, tutto il terrore panico di dover affrontare la vita senza il suo amato marito. Poi, gli scenari si fanno sempre più mutevoli e il fantasma del marito si trasforma in una sorta di cercatore ossessivo dei suoi migliori ricordi, in una sentinella silente che osserva impotente i cambiamenti che intervengono nel suo mondo. Il punto di vista adottato è sempre quello de(i)l fantasm(i)a, come se si trattasse di una soggettiva ininterrotta che via via si mescola col tempo che trascorre, con i nuovi ospiti che abitano la casa, con la memoria che sbiadisce, con una città che cresce e una casa che dovrebbe nascere. Il tempo si dilata per allinearsi alla storia di un luogo il quale, come lungo una linea retta, prosegue avanti e indietro a velocità incostante alternando un passato e un futuro più o meno prossimi che diventano il palcoscenico designato, o di cambiamenti tragici e repentini, o di dolci epifanie domestiche. Un caleidoscopio ben ordinato, insomma, che conserva una sua linearità spazio temporale perchè è abitato da figure eteree rimaste ostinatamente attaccate alle cose lasciate in vita. Perché i fantasmi di David Lowery, dietro la classicità iconografica di un lenzuolo bianco come indumento, hanno la forma di una luce che non ha tempo e che attraversa ogni spazio, sono l’anello di congiunzione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra la fisicità di un luogo che ha la capacità di conservarsi nel tempo, e la sua essenza metafisica.

Caratterizzato da movimenti di macchina lenti e trattenuti, da pochi ma essenziali dialoghi (come il lungo soliloquio di Will Oldham) e da colori opacizzati, l’andamento narrativo adottato da David Lowery sembra ruotare intorno a poche ma incisive domande : quanta storia si deposita in un luogo ? Quanto se ne depositerà ancora ? E quanti ricordi vi sono custoditi ? Quanta memoria ? Questo luogo è soprattutto la casa in quanto tale, intesa come un contenitore che può ospitare tutto l’amore che una persona è capace di contenere, per l’amante, per i propri ricordi più cari, per la vita che vale la pena di essere vissuta. Ogni casa ha un suo fantasma perché i fantasmi ritornano sempre nei luoghi che hanno dovuto lasciare e perché, quando si lascia una casa, si lascia sempre un po’ di se stessi. Come una spcuie di segno indiziario che si tiene ben conservato per testimoniare il proprio passaggio in un luogo determinato. Altrimenti, ogni abbandono equivarrebbe ad una fine senza rimedi, con poche possibilità di ricordare e di essere ricordato. Non possono che osservare i fantasmi, e passare dall’inizio alla fine di una storia e viceversa, dalla fine a un nuovo inizio (“Costruiamo li la nostra casa. So che la immagini. All’inizio una piccola casa, poi una più grande”, dice molto emblematicamente un padre al figlio, al tempo in cui lo spirito pioneristico portava genti a popolare sempre nuovi spazi), senza soluzione di continuità, come un flusso della coscienza che consente loro di perlustrare uno stesso luogo anche se mutevoli possono essere gli usi cui, nel corso del tempo, sono destinati. Come un flm registrato su nastro che consente di andare avanti e indietro lungo tutta la narrazione. E, proprio come un film, cercare di armonizzare la volontà dell’occhio che osserva con le azioni di chi è osservato. Fino a che non interviene l’oblio irreversibile a confondere la loro luce con lo splendore luminescente delle stelle.

“A Ghost Story” è un film affascinante che si allinea ai contenuti formali e speculativi di certo (buon) cinema contemporaneo (Carlos Reygadas, Tsai Ming-liang, Apichatpong Weerasethakul) e David Lowery è stato bravo a dargli un tocco molto personale, cominciando con l’alleggerire il tutto equilibrando il momento della riflessione “alta” sul senso della vita con altri in cui è “semplicemente” delineata l’amorevole attaccamento alle cose care. E poi, il lenzuolo bianco con i buchi ad altezza occhi, così come quello a fiori per le donne, (per me)  è una spruzzata di raffinata ironia versata sulla straziante perdita del tutto. Film dall’intelligenza acuta, da consigliare vivamente come a me vivamente (e indirettamente) è stato consigliato (da Matteo-mck).              

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