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Storia di un fantasma

Regia di David Lowery vedi scheda film

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La recensione su Storia di un fantasma

di Tetsuo35
7 stelle

La cronaca emozionale della vita di un fantasma.

 

 

Il regista David Lowery ci tiene a lasciare il segno e, dopo l’onesto e alimentare Il drago invisibile, ritorna al cinema indipendente (dove ha un passato non solo come regista da Sundence ma anche come montatore di alcuni film, tra i quali il piccolo caso cinematografico Upstream Color di Shane Carruth) e recupera Casey Affleck e Rooney Mara, già protagonisti del suo precedente Ain't Them Bodies Saints, per un’opera dall’apparenza minimale ma in realtà ambiziosissima.

I riferimenti (dichiarati) del regista sono spesso contemporanei ma altissimi: si va da Under the Skin per la scelta di rendere complessa una trama semplice, a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti per una rappresentazione semplice eppure impattante dei fantasmi (qui rappresentati in maniera ironicamente classica e semplicistica, ovvero il tipico lenzuolo - a fiori, se il fantasma è femmina - coi buchi per gli occhi), da Post Tenebras Lux per la scelta di un formato cinematografico atipico (che richiama quello del super8 o del tubo catodico), a Old Joy più che altro per la presenza nel film Will Oldham in veste attoriale, a cui spetta il ruolo di declamatore del significato ultimo del film.

 

 

Non mancano anche riferimenti meno recenti, ma comunque sempre d’autore: Orlando per l’uso libero del tempo (in AGS si salta dal passato al futuro, con momenti rappresentati in tempo reale alternati a brusche accelerazioni che saltano mesi ed anni), Jeanne Dielman per la ripetitività dei gesti spinta fino a trascendere la quotidianità, Goodbye Dragon Inn per i tempi dilatati in chiave espressionista.

 

A questi numerosi stimoli aggiunge un riferimento diretto all’anime Spirited Away, dal quale riprende l’idea alla base dello spirito Senza-Volto, ovvero una creatura inespressiva ma fortemente carica di emozione simbolica e su quest’idea plasma il suo protagonista.

 

 

La p-ossessione del protagonista non è sol-tanto la moglie lasciata sola al suo dolore (prima) e al suo oblio (dopo), quanto la Casa (il riferimento spettrale non è L’esorcista, bensì Poltergeist, di cui ripropone addirittura una scena ribaltandola dal punto di vista del fantasma, quindi svuotandola del lato effettistico e horroristico), in quanto scrigno della memoria (in un dialogo che ha il protagonista quando è ancora il vita con la moglie, alla resistenze da parte di lui a trasferirsi lei domanda: What is it you like about this house so much? e lui risponde History) nonché custode di un segreto, un biglietto lasciato dalla moglie in una fessura dello stipite di una porta (altro dialogo. Lei: When I was little and we used to move all the time, I'd write these notes and I would fold them up really small. And I would hide them. Lui: What'd they say? Lei: They're just things I wanted to remember so that if I ever wanted to go back, there'd be a piece of me there waiting.).

Il fantasma continua ad infestare stancamente la casa, anche quando l’attesa è svuotata di significato (altro dialogo muto – ma con sottotitoli – tra spiriti confinanti. L’altro: Hello. Lui: Hi. L’altro: I'm waiting for someone. Lui: Who? L’altro: I don't remember.), arrivando a suicidarsi quando la casa non c’è più è rinascendo alla creazione (nel sangue) non dell’amore, bensì della casa stessa, in un continuum che si estingue con l’esaurirsi del mistero in stretta concomitanza con il suo inizio.

 

 

Un’opera coraggiosa e complessivamente riuscita, forse a volte più ammiccante di quanto vorrebbe, ma comunque degna di attenzione e di stima per il desiderio di proporre temi assoluti in modo non banale e per la costante ricerca di uno stile proprio. Da vedere.

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