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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Regia di Martin McDonagh vedi scheda film

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La recensione su Tre manifesti a Ebbing, Missouri

di cheftony
7 stelle

“RAPED WHILE DYING

AND STILL NO ARRESTS?

HOW COME, CHIEF WILLOUGHBY?”

 

Woody Harrelson, Sam Rockwell

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017): Woody Harrelson, Sam Rockwell

 

Ebbing, Missouri, pieno e sperduto Midwest: Mildred Hayes (Frances McDormand) individua per caso nell’isolata Drinkwater Road lo scenario ideale per dare sfogo a tutta l’acredine covata per sette mesi, da quando sua figlia è stata stuprata e uccisa. Il DNA rinvenuto non corrisponde ad alcun schedato; nessun colpevole, nessun indagato, nessun assicurato alla giustizia.

La provocazione di Mildred consiste nell’affittare dal giovane Red Welby (Caleb Landry Jones) tre grandi cartelloni pubblicitari, scrivendovi a caratteri neri su sfondo rosso una sintetica richiesta di spiegazioni allo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson) e dunque all’intero corpo di polizia, rappresentato anche dal violento, ubriacone, razzista e mammone Jason Dixon (Sam Rockwell).

Mildred, rimasta sola col figlio Robbie (Lucas Hedges) e abbandonata dal marito violento (John Hawkes) per una diciannovenne stupidotta, non si dà pace e si ritrova ancor più ai margini dopo la carognata fatta allo sceriffo, il cui segreto di Pulcinella è quello di essere malato di tumore al pancreas e condannato ad ancora pochi mesi su questa terra. La donna, proprietaria di un negozio di souvenir, non si fa scrupoli e va fino in fondo, mostrandosi per la madre imperfetta che è: indelicata, oltraggiosa, aggressiva, forse perfino bugiarda, Mildred è un’(anti)eroina in tuta da lavoro e bandana. Ma più di lei è il villain in divisa Dixon che riesce a mettersi davvero nei guai…

 

“Nessuno di questi personaggi è semplicemente un eroe o un cattivo, così non c’è mai un punto in cui dici che quello è l’eroe o che quello è addirittura buono in fondo. Ma quello che puoi dire è che sta cercando di cambiare.” [Martin McDonagh]

 

Frances McDormand

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017): Frances McDormand

 

Quello di Martin McDonagh, sceneggiatore e regista inglese di formazione teatrale, è il film del momento: dopo gli entusiasmi di Venezia, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” si è portato a casa quattro importanti premi ai Golden Globe e ha così sollevato importanti aspettative. La commistione di dramma e black humor pare che sia una prerogativa di McDonagh, ma questa, unita alla presenza di Frances McDormand, ha contribuito a tirare in ballo a sproposito i fratelli Coen e il loro cinema, invero piuttosto distante da questo lavoro.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, scritto otto anni fa, è il ritratto di un’America marcia, mediocre e ottimisticamente in via di redenzione, di cui Jason Dixon è il vero personaggio paradigmatico; l’evoluzione effettuata dal personaggio più ingiustificabile (ottimamente interpretato da Sam Rockwell) lo rende il protagonista aggiunto in corso d’opera, ma il suo cambiamento appare fin troppo immediato e pretestuoso. Ma non è che una delle molte situazioni spaventosamente forzate e prontamente contrappuntate da battute e dialoghi sferzanti, a ricordarci che la dimensione dei fatti è pressoché grottesca e che l’inverosimiglianza dei rapporti causa-effetto è nelle regole del gioco.

Di che parla, alla fine, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”? Beh, di tutto e di niente e in questo un po’ coeniano è senz’altro. Si toccano a più riprese il razzismo (assai malamente), l’abuso di potere, il rimorso, l’ossessione, la violenza, la ritorsione, il tutto declinato in funzione dell’America più dimenticata, più southern. Talvolta a suon di battute, talvolta ripugnando, non sempre miscelando a dovere i registri. Ma se la trama è mal coesa, i deprecabili personaggi di McDonagh sono molto ben caratterizzati (eccezion fatta per Dixon) e le performance degli interpreti sono il vero punto di forza del film: dagli effimeri duetti McDormand – Harrelson al succitato Rockwell, passando per il nano Peter Dinklage e il giovane Lucas Hedges (già apprezzato in “Manchester by the Sea”), ogni interprete, anche secondario, è messo nella condizione di rendere al meglio.

McDonagh evita con successo i cliché o almeno buona parte di essi, dirige con una certa sicurezza e, mediante una scrittura un tantino sovraccarica, conferisce quantomeno alla sua opera il pregio di non annoiare mai e di non rendersi prevedibile; e l’espediente narrativo delle lettere di Willoughby è davvero splendido.

A “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” fa purtroppo difetto l’organicità, laddove il cinismo dello spunto di base tende a cozzare con un lirismo troppo cercato (vedasi il monologo col cerbiatto), con alcune gag, con l’assurdo pistolotto sui preti pedofili e con il messaggio di speranza trasmesso. C’è di tutto un po’, forse c’è troppo.

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