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Contromano

Regia di Antonio Albanese vedi scheda film

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La recensione su Contromano

di Gangs 87
5 stelle

Attualità, nel cinema, tende spesso a far rima con banalità. Il rischio di scadere nel banale è direttamente proporzionale allo spessore dell’argomento trattato, che è poi quello che più crea dibattito sia attraverso i media, sia tra la gente nel bar sotto casa.

 

Il rischio di Albanese era ramificato su due filoni non di poco conto:

  1. raccontare per l’ennesima volta una storia di immigrazione per continuare a tenere accesi i riflettori su di una problematica che alimenta le discussioni dei salotti televisivi più in voga, indugiando tra il perbenismo e la compassione;
  2. enfatizzare a tal punto la comicità dietro la concorrenza sleale tra un “nero che vende calzini a basso costo” e “uno dei negozi più antichi e bene visti della città che dei calzini di qualità ha fatto il suo vanto” da far riempire una bolla che scoppiava in futili battute senza senso che rappresentavano il ridicolo e garantivano l’insurrezione di chi si indigna per anche meno.

Antonio Albanese prende invece il buono di entrambi i punti e lo convoglia in una satira, che è poi più commedia che critica, e finisce per regalarci un film che apparentemente sembra senza ossatura, privo di un carattere proprio ma che nasconde, nelle trame di sguardi e sorrisi, di parole non dette, molto più di quanto una sceneggiatura lineare avrebbe potuto fare.

 

Al quarto lungometraggio, il cabarettista e comico lombardo, pur mantenendo lo stile narrativo che si concentra sulla capacità dell’attore di raccontare la quotidianità, con quel pizzico di satira che consente allo spettatore di riderci su senza però sminuire l’importanza di ciò che si racconta.

 

Non c’è una colonna sonora memorabile, almeno non quanto la fotografia, capace di racchiude i colori nostrani e africani sparpagliandoli per tutta la durata della pellicola, in un connubio equilibrato di etnie che si mescolano finendo per compensarsi a vicenda. Se buona sembra l’intenzione di Albanese, che vuole catalizzare l’attenzione sulla “causa” del “problema” più che sul “problema” stesso, non lo è altrettanto il modo di raccontarlo che, considerando anche il finale scontato e prevedibile e non poco ambiguo (quantomeno sull’onesta del caro Mario), finisce per sembrare perbenista più di quanto forse lo stesso Albanese voleva che fosse, anche se quel lieto fine a tratti amaro, non sembra poi così casuale.

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