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Hannah

Regia di Andrea Pallaoro vedi scheda film

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La recensione su Hannah

di spopola
7 stelle

Accolto malissimo (per me ingiustamente) a Venezia, il regista a mio modesto avviso, con questa sua coraggiosa e ambiziosissima opera, conferma che il cinema italiano sa avere - nella mano giusta - uno sguardo internazionale di buona rilevanza. Non privo di difetti potremmo semmai imputare a Pallaoro una dose eccessiva di autocompiacimento.

 

Charlotte Rampling

Hannah (2017): Charlotte Rampling

E’ indubbiamente un cinema complesso e molto personale (anche difficile e controverso nella sua formulazione soprattutto estetica) quello di Pallaoro (qui alla sua seconda prova) che a mio modesto avviso è da considerarsi un risultato che definirei positivo soprattutto se proiettato nel panorama asfittico e ripetitivo (salvo rare eccezioni) della cinematografia nostrana.

Un’opera la sua che indubbiamente merita un’attenzione (e una considerazione) maggiore di quella che gli è stata invece riservata, se non altro per il coraggioso modo (anche se non proprio inedito) di remare controcorrente.

Che il percorso operativo di rappresentazione scelto dal regista sopratutto per quel che riguarda l’impaginazione del racconto (che rifugge da ogni possibile compromesso e mediazione con il pubblico fruitore teso com’è a porre in evidenza soprattutto la sua testarda voglia di autorialità ad ogni costo che a volte lo spinge pericolosamente verso una ricerca di una forma quasi autoreferenziale) fosse particolarmente stimolante ma anche un po’ insidioso, lo avevamo già compreso dalla sua opera d’esordio (una Medea declinata al maschile) che comunque era in parte penalizzata da alcune incertezze che caratterizzano molte opere prime, e questo a causa di una evidente acerbità che lo rendeva non ancora totalmente pronto ad affrontare la realizzazione di progetti tanto ambiziosi.

scena

Medeas (2013): scena

Non cambia ovviamente strada nemmeno con questo Hannah presentato all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia dove è stato praticamente scorticato vivo dalla maggior parte della critica e degli spettatori (con le dovute eccezioni naturalmente e per fortuna) dove si delineano con molta più chiarezza (e in maniera più compiuta ed efficace) gli interessi primari di un regista che ha certo ancora bisogno di rodaggio, ma che ha già affinato molto la sua tecnica narrativa, cosa questa che gli ha permesso di portare a termine un’opera più compatta e meglio riuscita della sua precedente fatica anche se non priva di difetti.

Non è una storia vera e propria (almeno in senso lato) quella che racconta Pallaoro con questo film, ma un semplice resoconto testimoniale (permettetemi di definirlo così), un canovaccio in divenire totalmente al servizio della propria visione delle cose e dove ogni spazio, ogni movimento, ogni azione, non fa altro che assecondare la realizzazione pratica di un’idea estetica molto personale e quasi “privata”, direi. Ne esce fuori una pellicola che - spesso dimenticando tutto il resto - si nutre soprattutto di immagini e di emozioni… quelle che riesce a trasmetterci magistralmente la straordinaria interpretazione di Charlotte Rampling (giustamente premiata con la Coppa Volpi) che regge sulle sue spalle l’intera fatica della messa in scena (tanto che si potrebbe affermare che senza la sua magnetica presenza che – parafrasando Ungaretti – illumina d’immenso lo sguardo degli spettatori, ma solo di quelli che riescono a superare la diffidenza dell’impatto immediato non proprio semplicissimo da accettare, il film non esisterebbe proprio). Questa però è una scelta, non un difetto (ma rappresenta anche un grosso limite, e su questo non ci sono dubbi) poiché il regista a me sembra che intenda creare, con l’apporto della Rampling, un’esperienza il più possibile sensoriale che risponda soprattutto ai sui bisogni. Conseguentemente, il risultato pratico (e lo si percepisce perfettamente) è certamente merito dell’attrice che – ribadisco - è eccellente, ma anche e soprattutto di Pallaoro che ha intenzionalmente deciso di costruire su di lei l’intera narrazione e le ha fornito di conseguenza i giusti stimoli che le hanno consentito di raggiungere un risultato così elevato e convincente (la segue, l’accompagna, la prende per mano, la guida insomma con amore e dedizione) creando con lei un team in totale sintonia di intenti che le permette di rappresentare sullo schermo con assoluta appropriatezza e una totale partecipazione emotiva ed emozionale, il ritratto quasi francescano ma pieno di sobbalzi tutti interiori, di questa donna ormai avanti con l’età (la potremmo definire anziana) la cui vita è stata lentamente spenta dalla solitudine (e non c’è certo bisogno di conoscere fino in fondo le ragioni che hanno determinato tutto questo, visto che al regista importa soprattutto mostrare lo status quo di questa tragedia della terza età che incombe e che costringe a fare un bilancio molto doloroso e sofferto della propria esistenza). Che a Pallaoro non interessi altro che questo, ce lo fa percepire in mille modi, primo fra tutti attraverso la caparbietà con cui persegue il suo obbiettivo procedendo senza mai deragliare dritto verso la sua meta evitando di ricorre a scorciatoie di comodo atte ad addolcire la pillola allo spettatore medio che certamente - come ho già detto sopra - potrà rimanere anche un poco sconcertato dal vedere privilegiata la secchezza estrema della sintesi (anche un tantino eccessiva si potrebbe dire) con cui qui si mette in scena l’anima tormenta della protagonista senza soffermarsi troppo sulle ragioni che hanno generato il suo evidente “cedimento” interiore e lasciando di conseguenza nell’indeterminatezza per esempio tutto quello che è sotteso al crimine di presunta pedofilia attribuito al marito o all’indifferenza del figlio, due tematiche importanti che avrebbero certamente meritato di essere esplicitate con maggiore completezza di informazioni e approfondimenti.

Charlotte Rampling

Hannah (2017): Charlotte Rampling

Si può dunque imputare al regista la responsabilità di questa scelta selettiva (ma senza per questo condannarlo senza appello) poiché il film ha certamente il merito di una costruzione molto efficace che rimanda al cinema di Antonioni e al tema dell’incomunicabilità, realizzando di conseguenza – al passo con i nostri tempi - un’opera che definirei “impressionista” (nel senso che “impressiona” sullo schermo il dolore e lo smarrimento isolandolo, per quanto possibile, dal contesto).

Qui insomma non è concesso allo spettatore di accedere alla storia di Hannah per conoscerla fino in fondo, poiché al posto delle sue parole, Pallaoro fa parlare i suoi silenzi, l’acciottolio delle stoviglie, l’ululare della metro, il suo pianto, i passi dei bambini al piano di sopra, il fruscio delle coperte quando si rigira insonne nel suo letto, il ticchettio dell’orologio, il lamento del suo cagnolino. Ampio spazio è concesso anche ai piccoli gesti quotidiani, alle espressioni colme di sofferenza della donna, aisuoi occhi inquieti fissi a scrutare immobili il soffitto quasi in attesa di qualcosa che non arriva mai e al suo respiro che sembra voler dare le cadenze giuste (il ritmo) al procedere emotivo del racconto.

La figura di Hannah chiusa com’è dentro a un doloroso dolore tutto esistenziale con il terribile bagaglio del suo disagio interiore, rimane dunque un oggetto misterioso incapace di dialogare con il mondo che la circonda e sono davvero poche le persone che percepiscono il suo smarrimento e lo sanno ascoltare (il bambino cieco della casa in cui la donna fa le pulizie, la bambina down della famiglia a cui lascia il cagnolino) che non a caso, sono entrambi – al pari di lei – esseri sopraffatti dalla vita, dei veri e propri relitti alla deriva.

La donna è ancora viva, ma è la vita che l’ha abbandonata in questo lento, graduale crollo emotivo e psicologico messo ancora più a dura prova dallo sgretolamento privato delle relazioni umane (qui avvertite solo in sottotraccia) e dai drammi legati alla sua famiglia ai quali ho già accennato prima (il figlio che non la vuole più vedere, l’arresto del marito per un crimine orrendo ed indicibile). A lei non resta dunque che questa solitudine abissale che le impedisce di accettare la realtà che la circonda consegnandola così a un vuoto quasi di abbandono che la fanno sentire inutile come uno straccio dimenticato in un angolo.

Sono molte le metafore (anche troppo esplicite, quasi retoriche) utilizzate dal regista per rappresentare sullo schermo questo percorso di disintegrazione dell’anima (la balena agonizzante spiaggiata sulla costa che sembra quasi una citazione indotta che rimanda a Fellini e al finale de La dolce vita, le pile di sedie in fila parcheggiate accanto a un muro che ritornano spesso, la compagnia altrettanto piena di persone sole e incapaci di relazionarsi fra di loro del corso di teatro che frequenta Hannah) e che in buona parte appesantiscono un poco il risultato rischiando di renderlo tedioso.

Difficile insomma rappresentare per circa un’ora e mezzo un vuoto privato persino delle parole che sono quasi sempre latitanti. Pallaoro ci ha provato con coraggio (e molta temeraria incoscienza) ma non è riuscito in pieno nel suo intento (va comunque apprezzato per la grinta e la determinazione che ci ha messo) e il pubblico in sala quasi unanimemente ha reagito male, non ha gradito ed ha risposto picche (peccato: ci sarebbe voluta forse meno diffidenza ostile poiché l’impalcatura complessiva è di tutto rispetto e Pallaoro merita di avere altre occasioni per dimostrare – anzi, confermare - il suo indubbio talento: deve solo trovare un maggiore equilibrio cercando la mediazione giusta verso lo spettatore che è poi il destinatario finale delle sue fatiche, addomesticando un poco la sua voglia di essere “artista” a tutto tondo).

scena

Hannah (2017): scena

 

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