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Hannah

Regia di Andrea Pallaoro vedi scheda film

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La recensione su Hannah

di EightAndHalf
7 stelle

"Devo essere sola per capire me stessa e ciò che mi circonda". Questo lo dice Hannah mentre recita una parte, ma sta parlando per se stessa. Il film di Andrea Pallaoro infatti si basa del tutto sulla resa della percezione di Hannah, anziana signora francese rimasta sola in casa quando il marito, per circostanze solo sospettabili, viene arrestato. Impossibilitata a riallacciare i rapporti con un figlio che non la vuole vedere, Hannah è in costante ricerca di appigli in un mondo misterioso e alienante. Pallaoro nega quasi sempre il campo-controcampo cercando di far convivere soggetto e oggetto nella stessa composizione figurativa; infatti il film prosegue per successione di piani fissi e abbacinanti, costruiti in maniera tale da conferire allo spettatore il disorientamento e l'incertezza che vive Hannah. Vediamo contemporaneamente lo sguardo di Hannah (una Charlotte Rampling contrita e sfuggente) e ciò che lei guarda o sente o ascolta, tramite continui vetri traslucidi e convivenze di più piani focali. Il film sembra svilupparsi quasi come un horror silenzioso, poiché è come se la realtà andasse via via fantasmizzandosi, sempre più incapace di concedere a Hannah l'affermazione di se stessa, del suo corpo e della sua coscienza. Lo spettatore si ritrova di fatto coinvolto in un continuo botta e risposta fra campo e fuoricampo, un fuoricampo che interagisce con Hannah e un campo in cui Hannah viene ritratta. Il film di Pallaoro è in questo senso anti-romantico, con modalità anche più estreme di quelle che furono dell'evidente ispiratore del film, cioè Michelangelo Antonioni: l'ambiente non riesce a riflettere mai il mondo della protagonista, che si ritrova frustrata poiché incapace di esplodere nel proprio Sehnsucht, e il fuoricampo minaccia costantemente il senso delle cose in campo, comportando che lo spettatore si ritrovi totalmente in trappola, vicino al corpo di Hannah ma lontano da tutto il resto. Quanto più il fuoricampo riecheggia nel campo, tanto più la realtà diviene impalpabile e inintelligibile: è il caso della passeggiata nella neve, improvvisa e imprevedibile, che avviene in maniera analoga alla finta nevicata che Hannah vede realizzarsi sul set di un film attraverso una vetrina; oppure ancora è il momento in cui vediamo Hannah svuotare nervosamente la sua borsa, come aveva già fatto in altre circostanze, e poi venire applaudita da un pubblico che la osserva recitare. Quindi a partire dall'invisibile il pensiero di Hannah mina le sue certezze più care (quelle percettive dello spettatore) e fa traballare l'immagine, apparentemente rigida ma in realtà infragilita dall'interno, tremolante e scricchiolante, come lo era il mondo di Jeanne Dielmann di Chantal Akerman, altro chiaro ispiratore del film. Fortissimo e agghiacciante, il miglior italiano in concorso a Venezia 74.

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