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Omicidio all'italiana

Regia di Maccio Capatonda vedi scheda film

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La recensione su Omicidio all'italiana

di mm40
4 stelle

In uno sperduto paesino del centro Italia una donna muore soffocata dalla cena. Il sindaco e il suo aiutante, che è suo fratello, pensano di spacciarlo per un terribile omicidio in maniera da attirare stampa, tv e curiosi di ogni genere. Quando le indagini dimostreranno che di omicidio però non si tratta, al sindaco e ai suoi compaesani crollerà il mondo addosso.

 

Bentornato Maccio Capatonda: a due anni dal buon esordio con Italiano medio (2015), ecco Omicidio all'italiana, un'altra commedia spudoratamente demenziale eppure più intelligente - e scritta in maniera certosina - di quanto il risultato lasci superficialmente supporre. In tempi di crisi per il cinema italiano, soprattutto nel settore leggero, l'avvento di Marcello Macchia (vero nome di Capatonda) e della sua simpatica cricca è quanto di più salutare ci si potesse attendere: Omicidio all'italiana è la classica storiella di poveri cristi che tentano di arrangiarsi in ogni modo (cioè in pieno stile da commedia all'italiana, motivo per cui non sfigura affatto tale titolo), virata però al politicamente scorretto e allo scopertamente comico, al demenziale come già sopra sostenuto. Il regista - e anche sceneggiatore, insieme a Gianluca Ansanelli, Danilo Carlani, Daniele Grigolo e Sergio Spaccavento - ribadisce a più riprese i suoi intenti dissacratori nei confronti della settima arte ed espone l'opera a voluti errori, imprecisioni e trovate grossolane assortiti con perizia e pure con una certa onestà intellettuale: questo film ha infatti di buono oltrettutto che non si propone come un capolavoro della risata, ma riesce a strapparne più di una nel corso dei suoi cento minuti di durata pur senza particolare sfoggio di effetti speciali o di guest stars eccezionali. Sì, tre nomi da segnalare ci sono, che si aggiungono al cast composto dai soliti comprimari di Capatonda (Herbert Ballerina, Ivo Avido, Rupert Sciamenna), e sono quelli di Ninni Bruschetta, Nino Frassica e Sabrina Ferilli, ma sono tutti - tranne quest'ultima - confinati in ruolini. Ben fatto, nei limiti delle potenzialità del prodotto, troppo sguaiato per proporre una satira di costume efficace, ma più puntuale su svariati argomenti (la tv del dolore, la morbosità della stampa per dire i due più evidenti) di tante altre pellicole più artisticamente rifinite e dunque pretenziose. 4,5/10.

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