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Omicidio all'italiana

Regia di Maccio Capatonda vedi scheda film

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La recensione su Omicidio all'italiana

di nickoftime
5 stelle
Per le star del varietà il passaggio dalla televisione al cinema assomiglia per certi versi  a quello toccato in sorte ai divi del muto, quando star come Rodolfo Valentino e Douglas Fairbanks ebbero non pochi problemi ad adattarsi ai cambiamenti imposti  dall’uso del sonoro. Tutto ciò in ragione del principio che se l’arte del far ridere nasce e si esaurisce in un battito d’ali e per la durata di uno sketch così non vale sul grande schermo dove i tempi comici si confrontano con la lunga durata della narrazione cinematografica. Un cambio di prospettiva non da poco per le parti in causa, le quali  nel transito da un contenitore all’altro sono chiamate a una trasformazione che in termini di difficoltà equivale a quella che nel ciclismo potrebbe esserci per un passista a cui viene chiesto di diventare scalatore; laddove le montagne da scalare sono rappresentate dalla necessità del commediante di corrispondere alle modalità di storie compiute e articolate e di personaggi a tutto tondo sui quali il regista deve essere bravo a spalmare il bagaglio comico dell’artista di turno.
 
Nel caso di “Omicidio all’italiana” le diverse parti del problema convergono e si fondono nella personalità del mattatore Maccio Capatonda il quale, arrivato al suo secondo film ritorna nella doppia veste di regista e di attore principale con una vicenda che rispetto a “Italiano medio” offre allo spettatore un canovaccio narrativo meno frammentato e più attento alla costruzione della cornice in cui si muovono i personaggi della storia. Il regista infatti prendendo spunto dal finto omicidio inscenato dal sindaco di un paesino abruzzese per sfruttare il ritorno pubblicitario suscitato dal tragico evento si cimenta in un carosello degli orrori in cui a essere presa di mira dalla grottesca ironia dell’autore sono tanto coloro che speculano sulla tv del dolore (Sabrina Ferilli in versione Barbara D’Urso) quanto chi, più o meno inconsapevolmente, ne rimane vittima.
 
 
Se il prodotto finale appare più cinematografico della precedente uscita l’impressione è quella di un dispositivo che invece di valorizzare il talento dell’autore finisce per imbavagliarlo. Svuotando la realtà di riferimenti concreti e riempiendola di figure, fatti e persone che la riflettono all’ennesima potenza Capatonda crea un universo a se stante, capace di vivere di vita propria e attagliato come meglio non si potrebbe ai corpi “mostruosi” dei tanti personaggi appartenenti alla corte dei miracoli che fanno capo a Piero Peluria (Capatonda), il sindaco della fantomatica comunità montana e al suo compagno di merende (il fratello Marino) interpretato dal fedele Herbert Ballerina. Peccato che tanta bravura non riesca a trovare nella sceneggiatura un alleato all’altezza della situazione, troppo fragile è il costrutto teorico su cui Capotonda e company si ritrovano a lavorare. Prova ne sia la debolezza dell’assunto da cui scaturisce l’inserto riferito a Donatella Spruzzone, la trash giornalista interpretata da Sabrina Ferilli che al culmine della sua egotica e spudorata esibizione giustifica la propria rapacità riferendosi al potere manipolatorio della televisione e al primato dello spettacolo rispetto al principi di verità insiti nei dettami deontologici della professione. Un’affermazione, così come viene formulata all’interno dei film, destinata a rimanere sulla superficie delle cose e dei problemi e che nell’ordinarietà delle sue presunte “scoperte” finisce per non andare d’accordo con una diversità, quella dei personaggi, che non è solo la conseguenza di un’acuta osservazione dei comportamenti umani ma che nella mani di Capotonda acquisisce autentica riconoscibilità. Dispiace quindi registrare la sensazione di incompiutezza che la visione di “Omicidio all’italiana” lascia negli occhi di chi lo guarda; come se la  montagna avesse partorito un topolino.
(icinemaniaci.blogspot.com)
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