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F come falso - Verità e menzogne

Regia di Orson Welles vedi scheda film

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Marcello del Campo

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La recensione su F come falso - Verità e menzogne

di Marcello del Campo
8 stelle

locandina

F come falso - Verità e menzogne (1973): locandina

Falso come in uno specchio

 

All’inizio di F. For Fake Orson Welles (che interpreta se stesso) si fa riprendere da François Reichenbach nell’atrio di una stazione ferroviaria mentre esegue alcuni numeri di giochi di prestigio. Afferma che racconterà in sessanta minuti una storia e che dirà soltanto la verità. Quindi presenta al pubblico due falsari, Elmyr De Hory, falsario d’arte e Clifford Irving il suo biografo[1], autore tra l’altro di una falsa autobiografia di Howard Hughes. Sull’apparenza di un‘inchiesta sulle opere e le ambizioni di veri falsari, Welles combina un racconto a incastri montando materiali eterogenei, dal cinema-inchiesta alle interviste in presa diretta (alcune cineprese nascoste ci mostrano passanti sorpresi di fronte all’attrice, la bellissima compagna di Welles, Oja Kodar che saluta Orson in partenza per Ibiza dove intervisterà De Hory), pezzi di repertorio su Howard Hughes, fotografie di Picasso adirato (Oja Kodar era stata la sua modella per venticinque quadri ma è anche la nipote di un vecchio grande falsario che aveva addirittura allestito a Parigi una mostra con copie perfette dei ritratti del maestro a Oja.) Racconta Welles che Picasso si recò dal vecchio e trovandolo in punto di morte, sì lasciò convincere anche a non denunciarlo. A questo punto Welles si accorge di avere superato di diciassette minuti il tempo di un’ora di verità e il film termina.

 

In F. For Fake si raccontano fatti veri che hanno per oggetto il falso. Lo stesso Welles, tra l’altro, all’inizio della sua carriera, sedicenne, si presentò in un teatro irlandese fingendosi un divo di Broadway. Ed è altresì notissima la trasmissione radiofonica della B.B.C. nel 1938 nella quale Welles, raccontando La guerra dei mondi di Herbert G. Wells, scatenò una gigantesca psicosi collettiva, simulando un’invasione degli Usa da parte di ignoti extraterrestri.

 

In un’opera dove i protagonisti sono dei falsari, qual è la possibilità di verità, soprattutto quando il falso è doppio, quando cioè un falsario d’arte viene raccontato da un falsario letterario?

Se a questi due falsari aggiungiamo il Welles-narratore-impostore, il quadro si complica ulteriormente.

Ma è lo stesso Welles che offre un elemento di chiarimento quando, soffermandosi sul capolavoro anonimo della cattedrale di Chartres (visione notturna di dissolvenze su particolari architettonici), afferma che Howard Hughes è uno straordinario personaggio senza autore, mentre la cattedrale è un capolavoro anonimo aldilà dell’autenticità dello/degli autore/i. Davanti al fascino di questa, il dilemma vero-falso si annulla nel teorema estetico del bello come autentico.

Welles sa bene che De Hory, pure vantando un tratto superiore rispetto a Matisse non crea ma replica, non afferma il vero ma finge; così anche il cinema è finzione, lo stesso Welles è finzione e c’è un momento nel film in cui Welles disegna l’autoritratto di Michelangelo, perfetti Modigliani che getta nel fuoco come lo slittino Rosebud: una condizione dell’immaginario che l’astuzia dell’autore mette in scena come il gioco di prestigio alla stazione o i numeri di magia alla corte d’Inghilterra, “un trucco infantile, un artificio ipnotico che ha tutta la sua forza nel non essere.”[2]  

L’11 dicembre 1976 muore Elmyr De Hory, suicida per evitare una condanna penale, Howard Hughes era morto qualche mese prima. Welles cadde in una forte crisi depressiva, tanto forte era stato il processo d’identificazione tra il regista e l’ingegnoso e onesto falsificatore.

 

[1] Irving Clifford, Fake! La vera storia di Elmyr De Hory, il più grande falsario di tutti i tempi, Editore Lupetti, 2011 

[2] Marco Salotti, Orson Welles, Moizzi Edit., Milano, 1978

 

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